Matteo Caccia (foto Getty Images)

l'intervista

Il cacciatore-raccontatore. Matteo Caccia, la maglia nera e altre storie

Gino Cervi

"Prima di conoscerlo bene, io non avevo capito niente di Malabrocca. Pensavo che incarnasse l’eroe romantico. E invece era soltanto strategia, una scaltra strategia di sopravvivenza. Meno romanticismo ma più romanzo". Caccia ci racconta il suo Malabrocca

Venti anni fa, un giovane uomo non ancora trentenne che aveva studiato per fare l’attore dall’Accademia dei Filodrammatici e che lavorava come conduttore radiofonico da Radio 2, era inciampato, un po’ casualmente, in una storia che gli sarebbe piaciuto raccontare. "In quegli anni lavoravo con Antonio Latella e un giorno gli dissi che mi sarebbe piaciuto provare a fare 'una cosa mia'. Non sapevo neppure bene di preciso cosa volesse dire. Un po’ di tempo prima ero rimasto folgorato dal Kohlhaas di Marco Baliani, da quella forza che riusciva a tenere in pugno gli spettatori da solo, seduto su una sedia in mezzo al palcoscenico vuoto, una voce che raccontava e basta. Pensai che la storia della maglia nera, e del suo eroe ciclista eponimo, Luigi Malabrocca, fosse quella giusta".

 

Matteo Caccia, nomen omen, è un bravo cacciatore-raccoglitore di storie. E giusto da una ventina d’anni è una delle voci più conosciute e apprezzate del mondo radiofonico (Rai Radio 2, Radio 24), del podcasting (dal dicembre 2024 è autore e voce di Orazio, il podcast quotidiano del Post) e dello storytelling: sono più di dieci anni che ha ideato Don’t tell my mom, uno degli appuntamenti più amati dei live milanesi in cui invita la gente del pubblico a raccontare “storie personali che sarebbe meglio non far sapere alle mamme”.

 

"Nel 2005 era da poco uscito un libro, 'Coppi, Bartali, Carollo e Malabrocca', e grazie al suo autore, Benito Mazzi, riuscii ad arrivare a Luigi Malabrocca. Aveva allora circa 85 anni ed era stato operato alle corde vocali. Il figlio, Luciano, mi aveva avvisato: 'Guarda che ormai si capisce poco di quello che dice'. Non mi scoraggiai e andai a trovarlo alla Barbesina, una cascina nella campagna della Lomellina, alle porte di Garlasco. Ci tornai per quattro volte in sei mesi. Domandavo, ascoltavo, prendevo appunti. Non ho nessuna registrazione di quegli incontri. Poi passavo i pomeriggi alla Braidense a leggere i giornali dell’epoca d’oro del ciclismo italiano, quella del secondo dopoguerra, di Coppi, Bartali e, appunto, Malabrocca, che correva il Giro d’Italia per arrivare ultimo e vincere così l’ambita 'maglia nera'. Era la prima volta che facevo una cosa del genere ma imparai tantissimo. All’epoca non avrei mai pensato che il mestiere di cui campo sarebbe diventato quello di cercare storie da raccontare agli altri. Quello fu un lavoro che mi ha preso un tempo che adesso non potrei più permettermi. Per questo credo che quello spettacolo sia ancora più prezioso, oltre che per essere stata l’occasione che mi ha fatto conoscere dal pubblico".

 

Luigi Malabrocca, tortonese, classe 1920, un anno in meno dell’amico e compaesano Fausto Coppi, detto Luisin ma anche il Cinese – per via degli occhi a mandorla – è passato alla storia per essersi aggiudicato per due volte l’ultima posizione nella classifica a tempo del Giro d’Italia, nel 1946 e nel 1947. In realtà era un ottimo corridore – vinse da professionista una quindicina di corse, alcune anche di richiamo, come una Parigi-Nantes, una Coppa Agostoni e un Giro di Jugoslavia, oltre a due titoli italiani di ciclocross – ma presto capì che era più vantaggioso mirare ai nutriti premi che spettavano all’ultimo in classifica al Giro, lottando ogni giorno per arrivare dietro a tutti ma entro il tempo massimo stabilito, giorno per giorno, dai cronometristi dell’organizzazione della corsa. Dopo il ciclismo, Malabrocca viveva pescando alla Barbesina. Morì nel 2006, pochi mesi dopo il debutto dello spettacolo che Matteo aveva costruito sulla sua storia, e senza neppure poterlo vedere.

 

"La maglia nera lo portai in giro per una decina d’anni e per me è stato l’inizio di tutto. Vent’anni fa facevo teatro e facevo radio, mi piacevano entrambi ma non ero convinto del modo con cui li facevo. Sul palcoscenico faticavo a vedermi come interprete e alla radio mi toccavano le classiche conduzioni di programmi d’intrattenimento. Ma non era quello che volevo. Con La maglia nera trovai la mia dimensione di narratore, di cercatore-raccontatore di storie. E scelsi quella strada. Quando Antonio Latella mi chiese di lavorare al suo Moby Dick a teatro e io gli risposi di no, che avevo da portare in giro la storia di Malabrocca, mi guardò come un pazzo ma. siccome mi voleva molto bene, capì".

 

Il Luisìn e La Maglia nera hanno insegnato a Matteo Caccia tante cose.

"Per me è stato un lavoro rivelatorio. Quando tu raccogli la storia di un altro e la racconti, rischi di farti condizionare da un’idea che ti sei fatto. Prima di conoscerlo bene, io non avevo capito niente di Malabrocca. Pensavo che incarnasse l’eroe romantico che, alla fine di una guerra persa e con un Paese da ricostruire, si prendeva sulle spalle il peso degli ultimi e diceva 'Guardateci, arriviamo alla fine di tutto ma ci siamo anche noi'. E invece era soltanto strategia, una scaltra strategia di sopravvivenza. Meno romanticismo ma più romanzo. Questo mi ha insegnato: che le storie, soprattutto quelle che intercetto io e che trasformo in minuscole narrazioni non sono altro che una scusa per entrare in contatto con una vita, con un’esistenza, per conoscere un essere umano. Io trovo molto commovente tirare fuori dalle vite degli altri queste storie… Mia mamma dice che avrei potuto fare il prete…".

 

Prima di tutto, però, c’è l’ascolto

"Il segreto sta nell’ascoltare e nello stare sempre un passo indietro. Cercare di essere solo uno strumento, un tramite: certo, in scena c’è la tua voce, c’è il tuo corpo, ma, nel raccontare le storie degli altri, la cosa più importante, e difficile, è essere anti-interpretativo. Io non ho interpretato Malabrocca, ho raccontato la sua storia".

 

E come si risponde a chi ti chiede: “Ma chi sei tu per raccontare le storie degli altri?”

"È una domanda a cui non ho mai saputo rispondere. Ma che mi faccio spesso. Ad esempio, va tanto di moda il true-crime. Io non lo frequento né come autore, né come fruitore. Mi chiedo però che cosa mi racconta della realtà, se non della sua stortura. E in più mi viene da dire ma tu chi sei per prendere la storia di un tizio che è stato ammazzato trent’anni fa e trasformarla in spettacolo, rimetterla in giro senza pensare al dolore che ha prodotto? Esiste per fortuna il diritto all’oblio".

 

Matteo Caccia “cacciatore-raccoglitore” di storie, ma anche, restando nella metafora dell’etnoantropologia, coltivatore o, perlomeno, un selezionatore di storie.

"Per me è soprattutto un’esperienza individuale, perlomeno all’inizio. Nella ricerca mi faccio condurre dalla curiosità. Diventa poi una faccenda più collettiva nella fase di “allevamento”. Ad esempio, per testare se la storia che ho per le mani funziona inizio a raccontarla, raccontarla a tutti, alla mia compagna, ai miei amici. Ho bisogno di raccontarla. E così vedo che reazioni ha sugli altri. Ma, soprattutto, più la racconto più la storia mi si lima in bocca. È un’esperienza soprattutto orale, non ha bisogno di un testo scritto, o perlomeno se c’è è quasi solo una traccia, una mappa di orientamento: il lavoro in sostanza resta di ascolto prima e di racconto poi. Il mio strumento principale è il software di montaggio che lavora sul contenuto sonoro che ho registrato. Da lì esce un copione con le scansioni temporali degli in e degli out, le indicazioni per il montatore. A volte basta questo. Il copione si riduce all’osso oppure al solo commento del materiale audio selezionato. Ascolto e racconto".

 

Che differenza passa tra raccontare le storie che riguardano la propria esperienza e quelle che restituiscono le vite degli altri?

"Per quanto mi riguarda c’è una forte circolarità. Quando prendevo spunto da fatti della mia esistenza, come nel programma Vendo tutto del 2010, in cui raccontavo la storia di oggetti di cui volevo sbarazzarmi dopo un radicale cambiamento nella mia vita privata: lì mi resi conto che nell’ordinarietà delle mie vicende si riconoscevano anche gli ascoltatori e che, a loro volta, per analogia o per differenza, diventavano fonti di altre storie che mi mandavano via messaggio o via e-mail".

Non era andata in modo molto diverso già con Amnesia, il programma radiofonico andato in onda su Radio 2 tra il 2008 e il 2009, in cui Matteo dava a intendere di essere stato colpito da una forma di amnesia retrograda globale e di essere costretto a ricostruire, attraverso gli altri, la propria storia “dimenticata” scoprendo tutto di sé per la prima volta.

"Era una trovata geniale che avevo “copiato” da un documentario americano e che produsse anche, in contemporanea, l’uscita di un libro Mondadori. Soltanto all’ultima puntata, dopo undici mesi di trasmissione, svelammo che era una finzione. Le reazioni furono tra le più disparate: c’è chi si sentì tradito dall’inganno, chi ammise di essersi divertito lo stesso e chi diceva che, certo, era chiaro fin da subito che era tutto finto e che lui non c’era mica cascato… Non era molto tempo fa ma erano anni molto diversi: né io né la trasmissione avevamo un profilo Facebook, quelli della RAI non si fecero problemi… Fosse successo oggi, il popolo dei social mi avrebbe massacrato… Non ne sarei uscito vivo!".

 

Ma il primo ad aver insegnato a Matteo Caccia a raccogliere, coltivare e raccontare le storie minime – che tanto assomigliano a quelle Vite minuscole che hanno reso Pierre Michon un autore di culto in Francia prima, e dal 2016, da quando le ha pubblicte Adelphi, anche in Italia – è stato Luigi Malabrocca, detto il Cinese: indimenticato primo degli ultimi.

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