
Installation view, ‘Tarot: Origins & Afterlives’ at The Warburg Institute. Photo: Stephen White & Co. Courtesy The Warburg Institute
L'arte delle carte
Scoprire le origini italiane e rinascimentali dei tarocchi. Ma non dite cartomanzia
La mostra londinese "Tarot. Origins and Afterlives" al Warburg Institute chiude a fine mese. Ma arriverà anche in Italia, dice la co-curatrice Martina Mazzotta. Tesori occulti che non predicono il futuro, ma sono formidabili strumenti per inventare storie (e conoscerci di più)
“C’è ancora un pregiudizio in Italia sui tarocchi che li lega esclusivamente alla divinazione e all’occultismo, un pregiudizio che nei paesi anglosassoni è ormai venuto meno”, dice la curatrice e studiosa Martina Mazzotta. E allora andiamo a Londra. Dimentichiamo il banchetto per strada che legge le carte e magari pure le linee della mano. Niente cartomanzia al Warburg Institute, nella mostra “Tarot. Origins and Afterlives”, curata da Mazzotta con Bill Sherman e Jonathan Allen. Ma arte e storia sì. Arte da fruire in un modo diverso, da imparare usando proprio i tarocchi. Perché sono “strumenti polifunzionali – dice Mazzotta – e lo stiamo riscoprendo adesso dopo secoli. Nascono così nell’Italia del Rinascimento, come un gioco intellettuale per accendere la creatività e l’immaginazione, e approfondire la conoscenza che l’individuo ha di sé”. Musica per le orecchie di un tempo che di sé conosce molto poco, ma che vuole molto sapere e per esaudire questa sete è disposto ad affidarsi a santi e santoni.
Per recuperare i fili del Rinascimento non c’è allora luogo migliore dell’istituto voluto da Aby Warburg che del Rinascimento è stato sommo studioso. La sua biblioteca e la sua collezione furono salvate dalla furia nazista nel ’33, trasferendole da Amburgo a Londra. “Warburg inizia a occuparsi di tarocchi tra il 1902 e il 1909 ed è uno dei primi a farlo. Osservare carte, frammenti, mazzi della sua collezione o prestati per l’occasione significa cogliere un’occasione unica: quella di entrare in uno scrigno e seguire il flusso cerebrale dello studioso – la biblioteca è strutturata come l’aveva pensata lui”.
Significa anche scoprire un lato nascosto della storia dell’arte e del costume in Italia, un nuovo tassello di quella narrazione recente, forse un po’ sensazionalistica, ma motivata, che parla di “altro Rinascimento”. “Bologna è piena di riferimenti ai tarocchi, guardate gli appesi affrescati nella Cappella Bolognini a San Petronio. Poi arriviamo al più antico mazzo conosciuto, il Visconti-Sforza, quando ancora i tarocchi erano chiamati ‘trionfi’, e al Sola Busca. Così, quando i francesi invadono Milano nel ’500, scoprono queste carte particolari e le diffondono in patria. Per dare inizio a una storia che porta al ’700 e agli stampatori marsigliesi, che creano i mazzi ancora oggi più utilizzati. E sono sempre i francesi a ricollocarne le origini nell’antico Egitto, considerandoli strumenti per la divinazione. I tarocchi consentono di ripercorrere questa storia con un approccio transdisciplinare, che unisce arte, moda, conoscenze scientifiche, filosofiche e religiose”.
Così le carte si trasformano in un repertorio di archetipi, che nella prima metà del Novecento non potevano lasciare indifferente non solo Warburg ma anche l’occultista britannico Aleister Crowley, mago, pensatore, un tipo pericoloso. Il fondo Crowley è stato donato negli anni ’60 al Warburg, e ora arricchisce la mostra. Con i tarocchi di Crowley si vede pure come l’esposizione “racconti una storia di donne particolari”, prosegue Mazzotta. “A illustrare i tarocchi di Thoth voluti dall’occultista è Lady Frieda Harris. Pittrice che fu l’unica donna nella vita di Crowley a ‘farlo correre’ e a tenergli testa. Per non dire di Pamela Colman Smith, che proprio nel 1909 illustra il mazzo conosciuto come Rider-Waite-Smith, oggi il più diffuso con i marsigliesi. Lei era una suffragetta”.
Storie di donne determinate che illustrano tarocchi che poi ispirano oggi altre donne determinate. Come l’inglese Katie Anderson, “che durante il lockdown ha usato i tarocchi per suggerire soluzioni alla sua comunità”. Perché questa è la tesi forte della mostra, “la possibilità di recuperare la funzione umanistica originaria dei tarocchi: quella di una pratica combinatoria che consenta di immaginare e creare nuove storie. A partire da quella narrata dalle carte stesse, il viaggio dell’eroe: dalla condizione più infima del Matto a quella di completa armonia del Mondo”. Lo sapeva Italo Calvino, anche lui presente al Warburg “nella coppia più ardita che abbiamo deciso di rappresentare, quella con l’artista contemporanea Suzanne Treister”, autrice di tarocchi ricchi di riferimenti alle nuove tecnologie.
Bisogna sbrigarsi per vedere “Tarot. Origins and Afterlives”, certo, chiude a fine mese. “Ma contiamo di portare una nuova versione della mostra in Italia in futuro, proprio in una delle città in cui i tarocchi hanno avuto origine… Ma si tratterà di qualcosa di diverso. Ora l’esposizione è strettamente legata al lavoro di Warburg. Quella nuova è da immaginare”. La aspettiamo.