Posta e tagga, ma ricordati di vivere. I social secondo Mrs. Zuckerberg

Essere la sorella di Mark Zuckerberg non deve essere facile. Durante tutto il suo primo anno di lavoro in Facebook, Randi veniva chiamata “Zuck’s sis” dai colleghi, ed era costretta a subire pubblici cazziatoni dal fratello, il quale era solito salutare tutti i dipendenti tranne lei. “Non voglio apparire amichevole con te, così tutti vedranno che non ti riservo un trattamento speciale”, fu la spiegazione di Mark. Randi però ha resistito, e per sei anni si è occupata del marketing dell’azienda del fratello minore (prima di collaborare con lui, per la gioia della mamma, al neonato social network, aveva lavorato per Ogilvy e Forbes).
7 NOV 13
Ultimo aggiornamento: 16:22 | 7 AGO 20
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Essere la sorella di Mark Zuckerberg non deve essere facile. Durante tutto il suo primo anno di lavoro in Facebook, Randi veniva chiamata “Zuck’s sis” dai colleghi, ed era costretta a subire pubblici cazziatoni dal fratello, il quale era solito salutare tutti i dipendenti tranne lei. “Non voglio apparire amichevole con te, così tutti vedranno che non ti riservo un trattamento speciale”, fu la spiegazione di Mark. Randi però ha resistito, e per sei anni si è occupata del marketing dell’azienda del fratello minore (prima di collaborare con lui, per la gioia della mamma, al neonato social network, aveva lavorato per Ogilvy e Forbes). Quando nel 2011 Obama decise di iscriversi a Facebook e usarlo per connettersi con più persone possibile – là dove ormai le persone passano gran parte del loro tempo – Randi organizzò tutto alla perfezione: un successo planetario, l’evento più visto nella storia del social network. Tornando a casa, quella sera, Randi trovò il fratello Mark ad aspettarla: “Gran lavoro oggi – le disse – Tutti ne parlano, non riesco a credere che sia riuscita a organizzare tutto in due settimane”. “Mark – gli disse Randi – è stato il giorno più bello da quando sono a Facebook. Ho capito che questo è quello che amo fare”. Poi, dopo una breve pausa: “Mi licenzio”.
L’episodio è raccontato dalla stessa Randi nel libro autobiografico uscito due giorni fa in America “Dot Complicated: Untangling Our Wired Lives”, un manifesto della Zuckerberg meno famosa su vita digitale e social network. Scritto in perfetto “stile Facebook”, come da definizione del New York Times, il libro racconta decine di episodi personali di Randi con enfasi da bacheca social: tutto è “awesome”, “amazing”, “incredible”. L’obiettivo di Randi (che nel frattempo ha fondato la Zuckerberg Media, con cui organizza eventi e crea contenuti per Nazioni Unite, Condé Nast e Clinton Global Initiative tra le altre) non è nuovo nell’ambiente: spiegare che una vita meno ossessivamente connessa, soprattutto da bambini, non può che fare bene. Prima di lei in molti lo hanno fatto, cercando di convincere utenti e lettori a non controllare l’email ogni cinque minuti e a non sbirciare le app sullo smartphone mentre stanno facendo visita alla nonna, ma il fatto che a farlo questa volta sia una donna con quel cognome, e che di lavoro ha contribuito e contribuisce a rendere più digitali le nostre vite, è una notizia.
Nelle 250 pagine del suo libro – che non è contro la tecnologia, come ha scritto qualcuno – Randi non dice nulla di rivoluzionario, ma lo fa partendo dall’alto dell’esperienza di chi lavorava 18 ore al giorno in un’azienda della Silicon Valley. Il suo costante invito a “vivere l’istante” somiglia più a un “renditi conto della realtà” che al carpe diem oraziano. Quando si licenziò da Facebook, Randi stava per dare alla luce suo figlio Asher. Resasi conto che il mondo in cui viveva rischiava di consegnarle un rapporto con il nascituro costantemente mediato dalla tecnologia, ha deciso di alzare la testa per guardare meglio “the big picture”. Il libro è pieno di consigli sull’utilizzo dei social network, dal dedicare più attenzione agli altri, alla constatazione che “se abbiamo un megafono in mano non vuol dire che dobbiamo sempre urlarci dentro”.
Preoccupata per il futuro del figlio, che un giorno le ha chiesto perché dentro a un portafotografie non potesse guardare i cartoni animati, Randi consiglia di non esagerare. “Non puoi taggare l’intimità”, “condividere non significa per forza voler bene”. Non è un invito alla fuga dai social, ma più banalmente a un loro utilizzo intelligente, a partire dalle regole base di non mentire mai e non utilizzare nickname anonimi. Nello stesso giorno, Randi ha pubblicato un libro a disegni per bambini, intitolato “Dot”, nel quale invita i piccoli a uscire di casa e osservare il mondo: anche là fuori si può condividere, toccare e cercare. “Post hard. Tweet hard. Ma soprattutto live hard”, conclude. Il tutto poche settimane dopo che Mark ha cambiato le regole sulla privacy di Facebook per permettere anche ai bambini di postare ciò che vogliono.