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La tragedia secondo Friedrich Hölderlin
Secondo l'autore, il trauma, come sa anche la psicoanalisi, è il liquido amniotico della coscienza. Quindi inevitabile.
18 APR 26

Foto Pixabay
La grande tragedia greca è una fonte inesauribile di forza interpretativa della realtà. Non solo per lo splendore tremendo dei suoi personaggi o per l’esemplarità delle storie narrate, ma perché al centro vi è un nucleo vitale che non si è mai estinto, che non può estinguersi, perché ha a che fare con massima profondità con la vicenda umana nei suoi aspetti più essenziali.
Questo l’avevano compreso benissimo i pensatori dell’idealismo tedesco, una delle filosofie che sta a fondamento del nostro modo di guardare il mondo, e tra di essi forse meglio di tutti gli altri l’aveva capito il grande poeta Friedrich Hölderlin, di cui Remo Bodei, qualche anno fa, ha magnificamente curato gli scritti Sul tragico. Del resto, quale tempo migliore di questo per comprendere quanto il tragico ci riguardi da vicino? Sebbene, ed ecco il paradosso, nell’approssimativo scetticismo tremebondo e timoroso che caratterizza il nostro tempo il senso del tragico sia interamente evaporato. Anche per questo si fa fatica a dare senso a questa epoca di stravolgimenti.
Per Hölderlin il pensiero, ossia la capacità dell’uomo di posizionarsi nel mondo, inizia sempre da una effrazione originaria, da una divisione tra soggetto e oggetto, tra mondo e presa d’atto del mondo nella coscienza. Il trauma, come sa anche la psicoanalisi, è il liquido amniotico della coscienza, il trauma risveglia dal sonno, il risveglio è di per sé stesso un trauma. Il momento in cui avviene questa scissione, in cui ci separiamo da una “totalità originaria” in cui tutto è in tutto, come avviene in ogni creazione che è sempre separazione (basta pensare a una madre e a suo figlio), si emerge dall’indistinto. Si rompe un’unità. E questo è doloroso.
La lacerazione è coerente con la vita, è un suo presupposto fondamentale. Ma questo aspetto strutturalmente traumatico dell’esistenza non ci fa dire in alcun modo che essa sia “brutta”. Perché da una simile lacerazione nasce qualcosa di buono, di buono perché è vivo e vivace. E permette all’esistenza di proseguire. La lacerazione produce sempre opposizione. Si diviene due dove prima si era uno. E’ in questa dinamica che si dipana e cresce la vita che altrimenti sarebbe pura stasi. Ma il tragico non sta ancora in questa dinamica, bensì sta nel sapere questa dinamica, nel saperne la necessità inevitabile.
Cosa è che rende tragica la tragedia per eccellenza, l’Edipo Re? Il fatto che Edipo uccide il padre Laio? No, perché lui non sapeva che quello fosse suo padre. Il fatto che giace con la madre Giocasta? No, perché non sapeva che quella fosse sua madre. La tragedia si realizza, e si compie, nel momento in cui il Fato fa in modo che Edipo sappia quello a cui da sempre è destinato, uccidere il padre e giacere con la madre. E’ nella coscienza di Edipo, nel suo conoscere il suo destino, che emerge il tragico.
La tragedia greca, nella sua forma perfetta, ci permette di affacciarci su quello che Hölderlin chiama l’aorgico, sulla forza infinita che sottende tutte le vite individuali, tutte le vite particolari. La forma tragica apre uno squarcio tollerabile, grazie alla sua perfezione formale, sulla “violenza” aorgica che sta al cuore della vita stessa. Il bene della vita si muove attraverso il tragico della sua stessa distruzione, della sua catastrofe, del suo disfarsi. Gli eroi tragici, annientandosi, rivelano la fattura del tutto. “Nella distruzione, creatrice di possibili, del finito appare il volto dell’infinito. Nel trapasso, che è il momento più bello, nella catastrofe tragica, si ha la rivelazione dell’unitezza con tutto ciò che vive”.
Il trapasso qui significa precisamente la transizione da una fase all’altra. La permanenza è solo del divenire, del flusso, che per andare ha “bisogno” di continue scissioni, di continue lacerazioni che vengono ogni volta ricomposte e conciliate, e poi disfatte di nuovo. La tragedia mostra la necessità del trapassare che, attraverso un destino singolare, di un eroe tragico, mostra il modo in cui la totalità del mondo si dipana.
Questo trapassare continuo, ovviamente, non è il destino degli esseri senza coscienza che sono fatti solo per permanere ciò che sono, ripetendosi ciclicamente. Scrive Hölderlin nella sua incompiuta tragedia su Empedocle: “Rimanere in se stessi, a questo è volta / La vita delle piante e degli animali / Entro i loro confini essi hanno cura / Di permanere ed oltre non si stende / L’animo loro in vita”. Opposto è il destino dell’uomo, che non può fare altro che continuamente trascendersi, continuamente superarsi (trapassare), continuamente andare. Continuamente lacerarsi e ricomporsi.
L’anima bella vorrebbe la riconciliazione definitiva, la fine di questo processo di continue lacerazioni. Vorrebbe superarlo nella riconciliazione con “l’Uno Tutto”, come fa Empedocle gettandosi nell’Etna per ricongiungersi con la totalità in perfetta e definitiva armonia. Ma questa rinnovata Unità, questo superamento della lacerazione sarebbe niente altro che la fine del tempo, che è immagine mobile della scissione, visto che in una unità perfetta non ci sarebbe tempo, che è di per sé dissoluzione. La fine del tempo, però, altro non è che l’Apocalisse.
Ecco, nell’attesa di quell’eventuale momento, abbracciare il tragico significa abbracciare questa straordinaria vicenda di creazione e distruzione, di violenza e riconciliazioni senza cui la vicenda umana semplicemente non sarebbe.