Una scrittrice tra ironia e disincanto. Intervista a Judith Thurman

Le biografie alla scoperta del proprio io. “Non so davvero chi sono finché non riesco ad articolare una qualche verità su un argomento, che spesso è una verità su me stessa che mi era oscura”

27 APR 26
Ultimo aggiornamento: 08:42
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La scrittrice Judith Thurman (Getty Images)

Quando "Isak Dinesen, The life of a Storyteller" uscì negli Stati Uniti", venne celebrato come modello perfetto di biografia letteraria e un riferimento imprescindibile per chiunque volesse cimentarsi nel racconto di una persona che ha dedicato la propria esistenza alla scrittura. Il libro, che vinse nel 1982 il National Book Award, è diventato un classico del genere, come anche "Una vita di Colette. I segreti della carne", del 1990. Da allora Judith Thurman ha scritto altri testi preziosi, quali "Cleopatra’s Nose: 39 Varieties of Desire", o il recente "A Left- Handed Woman", caratterizzati da una profonda capacità introspettiva, l’intelligenza della curiosità e un ammirevole equilibrio tra la lucidità e la passione, l’ironia e il disincanto. Qualità presenti anche nei raffinati saggi che scrive per il New Yorker, cenacolo culturale di cui è una delle firme più prestigiose.
Orgogliosamente newyorkese, ha accettato di discutere della sua città, del suo rapporto con la scrittura e del presidente Trump partendo dal suo primo ricordo: “E’ autunno. Siamo alla fine degli anni Quaranta. Sto camminando con mia madre, ho tre anni. Ci troviamo in un parco vicino al nostro appartamento e le foglie stanno cadendo. Amo il loro fruscio e le smuovo mentre cammino. Mia madre indossa un paio di pantaloni alla Katherine Hepburn, con il risvolto. Faccio caso a questo dettaglio perché arrivo solo al suo ginocchio, quindi quella che noto è la parte inferiore del suo corpo. Attraversiamo il parco fino a una scuola. E’ il giorno delle elezioni, e gli addetti al seggio non vogliono farmi entrare nella cabina elettorale, citando le leggi sulla privacy! Mia madre si mette a discutere con loro. Non la sento mai discutere, né prendere una posizione ferma su qualcosa tranne che sulla pulizia, quindi è una cosa nuova ed emozionante. Dice agli scrutatori che sono ridicoli, che non può lasciare la sua bambina da sola nella palestra. Mi fanno entrare nella cabina e la tenda si chiude intorno a noi. Ho anche un ricordo precedente, ma è più vago: sono seduta sul seggiolone, con un bavaglino, e mangio qualcosa dal vassoio con le mie piccole dita paffute – piselli, credo. Un camion dei pompieri passa con la sirena spiegata e si ferma al piano di sotto.
Che ruolo hanno avuto i suoi genitori nelle sue scelte professionali e nella sua scrittura?
Mia madre, ex insegnante di inglese e latino, ha deciso che sarei diventata una scrittrice quando, ancora molto piccola, ma precoce nel linguaggio, scrivevo e dettavo poesie, più precisamente filastrocche. Per fortuna, le sue fantasie coincidevano con un talento che in qualche modo avevo, ma non era affatto scontato. Da giovanissima, a sedici anni credo, aveva lavorato come receptionist estiva al New Yorker agli albori della rivista. Il suo primo editore, Raoul Fleischmann, era un amico di famiglia. Mio nonno era un fornaio ungherese che lavorava per la Fleischmann Yeast Company gestendo la loro “Vienna Model Bakery”, un’istituzione famosa nella parte meridionale di Broadway, e il vecchio Fleischmann, il patriarca, con cui mio nonno parlava sempre in tedesco, aveva fatto fare a Raoul l’apprendistato per imparare a fare il pane! (Sospetto che abbia imparato anche altro, dato che mio nonno era un viveur). Quindi, in un certo senso, non ricordo di aver mai scelto la mia professione.
Come definirebbe cosa significa per lei scrivere?
Una necessità vitale. Un’identità. Non so mai, prima di iniziare, cosa intendo dire, e non so davvero chi sono finché non riesco ad articolare una qualche verità su un argomento, che spesso è una verità su me stessa che mi era oscura.
Ha una routine nella scrittura?
Se sto lavorando a una prima bozza o alle prime versioni, mi sveglio, bevo il caffè, leggo il New York Times, faccio il cruciverba e lo Spelling Bee, poi mi metto al lavoro verso le 9.30. Rimango incollata al computer finché non mi viene fame, o finché mi accorgo di non aver mangiato tutto il giorno, e a volte dimentico completamente il cibo, ma verso le 15 devo fare una pausa e uscire a fare una passeggiata. Se sono immersa in una bozza, cammino per circa un’ora, faccio un po’ di stretching, mangio una cena anticipata o un uno spuntino, poi torno a lavorare e revisiono quanto ho scritto fino alle 20. A volte anche più tardi. Ma se scrivo con fatica, cosa che all’inizio succede quasi sempre, ho imparato a fermarmi prima di iniziare a distruggere il lavoro della giornata e a disperarmi per quello che ho scritto e anche per me stessa.
Quali sono stati i libri fondamentali della sua vita?
Tutto ciò che hanno scritto Flaubert e Cechov. Alla ricerca del tempo perduto. Tolstoj. Illuminations di Walter Benjamin, i saggi di James Baldwin. Dante. Kierkegaard. Nietzsche. I biografi che mi hanno insegnato il mestiere: Leon Edel, Richard Holmes, Richard Ellmann. Da giovane la poesia era per me più importante della narrativa – la poesia del Novecento, soprattutto scritta da donne, ma non solo. Sono troppi i poeti per citarli tutti: ho iniziato scrivendo poesie. Anna Frank è stata un’ispirazione precoce, è impavida nei sentimenti, cosa che io non sono mai stata. Le Brontë, soprattutto Villette di Charlotte. Emily Dickinson, probabilmente più di tutti. Ho anche passato la mia carriera scrivendo di scrittrici, e tutte le protagoniste dei miei libri, da Dinesen a Colette e Dickinson fino, più recentemente, a Rachel Cusk, Elena Ferrante, Simone de Beauvoir ed Emily Wilson, sono state importanti per me in modi e gradi diversi. Ci sono poi scrittori il cui stile è più importante del contenuto, come Joan Didion. Può essere superficiale. Ma che straordinaria costruttrice di frasi! Quando sono bloccata nella scrittura rileggo i suoi saggi e, come una rampa che lancia una barca in un lago, mi aiutano a scivolare nell’acqua della mia prosa.
Chi è il più grande eroe non celebrato della letteratura?
E’ un anonimo: mi riferisco agli autori della Bibbia. Se Harold Bloom ha ragione, uno di questi autori era una donna chiamata Judith.
C’è un libro che amava e che ora non ama più?
La mia Africa.
Mi stupisce, pensando che ha scritto la biografia di Isak Dinesen / Karen Blixen.
Non sono mai stato abbastanza critica nei confronti della sua politica, del colonialismo palese e del suo “orientalismo” romantico. Scrive con compiacimento dei “Nativi” anche quando li idealizza, e ha beneficiato dell’imperialismo britannico senza riconoscerlo a sufficienza. Le sue lettere dall’Africa sono un documento molto più onesto. La mia opinione è stata anche influenzata da Njoki Nganga, un’infermiera keniota con un dottorato all’Hackensack Medical Center, la quale ha trascorso molto tempo a lavorare nel mondo in via di sviluppo e ne ha scritto con ammirazione. Ma la terra dei suoi nonni è stata espropriata da agricoltori come Isak Dinesen, se non proprio da lei.
Esiste uno scrittore che ammira ma del quale non condivide le idee?
Ezra Pound e T.S. Eliot. Ce ne sono molti altri, però.
I suoi libri su Colette e Isak Dinesen sono considerati classici: quanto sono importanti nella sua vita e nella sua carriera?
Ho passato più tempo con ciascuna di loro – sette anni con Dinesen, otto con Colette – di quanto ne abbia mai passato in una relazione sentimentale. E i legami potrebbero essere stati più intimi. In entrambi i casi, qualcun altro mi ha convinta a scriverne: il mio giovane editore, Michael Denneny, mi “scoprì” come biografa negli anni Settanta, quando lesse un mio articolo su Dinesen pubblicato su MS. Gli dissi che non potevo scrivere nulla più lungo di dieci pagine, e il resto è storia. Philip Roth e Suzanne Brøgger (la meravigliosa memorialista, romanziera e cantante jazz danese) mi scrissero separatamente, mentre cercavo un nuovo soggetto, dicendomi che dovevo scrivere su Colette. Quando si tratta di scegliere gli argomenti, anche per il New Yorker, sembra che faccia ciò che mi viene detto, e che solo in seguito trovi le ragioni e il riconoscimento per quello che scrivo: è stata mia madre a stabilire questo modello. Dinesen ha fatto la mia carriera. Colette l’ha consolidata.
Qual è il suo rapporto con la religione? Crede in Dio?
Non in un “Dio” con la D maiuscola. Non ho relazioni formali con una religione o una forza superiore, anche se a volte penso che debba esistere. E a volte penso che la natura umana sia stata un esperimento di quella potenza che tuttavia è andato storto.
Pensa che il linguaggio delle immagini stia danneggiando quello delle parole?
Penso che l’ossessione culturale per le immagini digitali e i social media, e la riduzione della capacità di attenzione che ne deriva, abbia danneggiato – per chi ne è dipendente – la capacità di pensare ed esprimersi in profondità. Questo richiede pazienza, umiltà e impegno – tutte cose che non servono per pubblicare o guardare un video su TikTok.
Ritiene che la scrittura sia un atto politico?
Forse ogni coinvolgimento significativo con una comunità – un pubblico, una “polis” – ha un aspetto politico. La buona scrittura definisce il nostro rapporto con un mondo, un momento storico, un ethos, parola “che in greco significa proprio “rapporto con un luogo”.
La quota di mercato dei libri non in inglese in America è circa il 4 per cento: cosa ne pensa?
Ne ho scritto e parlato ripetutamente in maniera chiara: è uno scandalo. Il provincialismo americano è uno scandalo.
Come ha visto cambiare l’America dall’inizio dell’amministrazione Trump?
Non farmi iniziare.
Gli elettori americani hanno eletto un presidente nero ma non sono riusciti due volte a eleggere una donna: cosa ne pensa?
Nonostante i progressi a cui ho assistito nella mia vita sul tema dei diritti delle donne, la misoginia è ancora ovunque, e con Trump ha guadagnato terreno. Hillary ha vinto il voto popolare, ma non i collegi elettorali, quindi la maggioranza degli americani ha votato per lei. Kamala Harris è partita troppo tardi ed ha condotto una campagna molto lacunosa. “Joy” non era giusto come grido di battaglia.
Ritiene che Donald Trump rappresenti un’eccezione nella storia americana o una conseguenza inevitabile?
Suggerisco di leggere un magnifico libro del giornalista politico australiano Don Watson: The Shortest History of the United States. Nulla è inevitabile tranne la morte e le tasse, ma i “geni” dell’America, per così dire, contengono il codice per un leader come Trump.
C’è qualcosa che apprezza o ammira in Trump e che i suoi avversari dovrebbero imitare?
Come insegna la grande letteratura, anche i personaggi più spregevoli hanno qualche qualità redentrice. Nerone, secondo Edward Gibbon, ne aveva. Ma Trump sembrerebbe essere l’eccezione. La sua depravazione è assoluta. Dicono che possa essere “affascinante”. Lo dicevano anche di Hitler. Forse una futura biografia saprà spiegarlo con un po’ di compassione, ma per me resta un mistero.
Personalmente credo che rappresenti anche una reazione agli eccessi della cultura woke e del politicamente corretto: è d’accordo?
Non nego che la cultura woke e il politicamente corretto abbiano i loro eccessi che hanno contribuito alla sconfitta elettorale. I Repubblicani hanno trovato uno slogan diabolico: “Kamala è per loro/loro, Trump è per te”. Ma Freud ha spiegato meglio il fenomeno Trump parlando del nazismo: i tedeschi che sostennero Hitler hanno ceduto il loro super-ego individuale a quello di un tiranno psicotico che li ha condotti alla rovina massacrando nel frattempo milioni di persone. Ci sono stati molti casi simili nella storia, e quasi tutti questi tiranni psicotici erano uomini. Quindi credo che ciò che viene chiamato “mascolinità tossica” o “crisi della mascolinità” (soprattutto bianca) sia un fattore più importante delle questioni di genere. Metà dell’America voleva un uomo forte. E ha vinto.
La sinistra è stata accusata di essere diventata sempre più elitaria: è d’accordo?
La sinistra è frammentata. Come lo era in Germania. Sarebbe comico se non fosse tragico. Una parte della sinistra – quella woke – ha trascurato gravemente la questione di classe e la necessità di unire le persone attorno a interessi comuni.
Nel 2016 Hillary Clinton definì i sostenitori di Trump “deplorevoli”: Lei come parlerebbe con questa gente?
E’ stato un commento stupido. Così come quello che disse durante la prima candidatura del marito, quando affermò di non essere una di quelle “donne da poco che restano a casa a sfornare biscotti e a sostenere il proprio uomo”: una frase fuori luogo. Nonostante tutta la sua brillantezza e il suo acume, Hillary è sempre stata priva di quella che una volta veniva definita la capacità di entrare in sintonia con la gente comune. Franklin D. Roosevelt, un aristocratico, invece l’aveva. Anche Eleanor Roosevelt. E, naturalmente, anche Bill Clinton. Ma il fatto che tu ti riferisca a “questa gente” è un indizio interessante. Tu stesso sembri considerarli come “altri”. Non credo che “loro” siano difficili da capire. Vogliono una vita dignitosa per sé e per i propri figli. Tu e io l’abbiamo. Loro invece sono stati danneggiati dal capitalismo. Anche se molti credono profondamente che il capitalismo – “il sogno americano” – sia la risposta ai loro problemi. Penso che in questo paese ci sia bisogno di un approccio più comunitario alla politica, anche se questo è sempre stato difficile da realizzare in una repubblica fondata sui principi dell’“individualismo duro e puro”. Cioè, il vincitore prende tutto.
Qual è il ruolo dell’artista e dell’intellettuale in questa situazione politica?
Fare delle donazioni, se ha il denaro. Dire la verità sul potere ogni volta che può.
New York ha eletto un sindaco socialista e musulmano.
Sono contenta che Mamdani abbia vinto. Finché non realizzerà i suoi programmi, non posso giudicarlo, e il fatto che sia socialista e musulmano a me va bene. A meno che i ricchi non votino contro i loro interessi (molti lo fanno ma non sono abbastanza), non cambierà nulla.
New York è un’eccezione o un’anticipazione di quello che può essere l’America?
E’ un’eccezione. La maggior parte degli americani non ha esperienza della diversità mentre tutti i newyorkesi la hanno. Gran parte degli americani non conoscono parole straniere tranne forse “taco”. E ignoro quale sia la percentuale degli americani con passaporto. Bush non lo aveva.
New York è ancora la capitale del mondo?
Solo del nostro mondo, amico mio.