Robert Skidelsky, il biografo che rese affascinanti Keynes e l’Inghilterra

L'ex deputato Giorgio La Malfa ripercorre il lavoro dello storico ed economista per tenere vivo il pensiero keynesiano. Prima aveva scritto la biografia di Oswald Mosley, il fondatore del partito fascista inglese. “Gli costò un mandato prestigioso a Oxford”

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Lord Robert Skidelsky in una lezione su Keynes alla Camera (Mauro Scrobogna / LaPresse)

“Nel 2005 andai a Tilton a trovare Robert Skidelsky, di cui ero amico dal 1992”. A parlare è Giorgio La Malfa, cui abbiamo chiesto di ricordare con il Foglio il grande lavoro storico fatto da Skidelsky per tenere vivo il pensiero di John Maynard Keynes. Tilton House era la casa di campagna di Keynes, dove ha scritto molto della sua produzione di studi e saggi. Alla stessa scrivania, per 20 anni, ha lavorato il suo biografo. “Sì, nel 2005 lo andai a trovare a Tilton e vidi la casa in cui era stata scritta la Teoria generale e dove il biografo si era trasferito ormai da anni, in una specie di processo di assimilazione. Ma la mia conoscenza intellettuale con Skidelsky era cominciata molto prima. Nel 1983 lessi una recensione sul Times Literary Supplement di una nuova biografia di Keynes e rimasi sorpreso degli accenni alla sua vita personale, ad esempio, alla sua omosessualità, aspetti di cui non avevo la più pallida idea – ricorda La Malfa –. Alla lettura della recensione non si capiva se si trattasse di un libro scandalistico o di una biografia ordinaria. Mi procurai il libro, che era il primo dei tre volumi della grande opera su Keynes di Skidelsky, quello che si chiama Speranza tradite, e lo lessi con interesse crescente. Io, per la mia formazione culturale e universitaria, venivo da Cambridge, dove avevo studiato negli anni Sessanta con gli allievi di Keynes, che facevano parte del circolo di studiosi legati a lui negli anni Trenta, e cioè con Richard Kahn, Joan Robinson, James Meade, ma con loro di Keynes si studiavano le idee e nemmeno tanto la Teoria generale, che già non era più tanto letta, perché se ne traevano le sintesi matematiche o diagrammatiche. La teoria keynesiana era talmente entrata nella ortodossia di quegli anni che praticamente non si leggevano più i testi originali per passare direttamente agli schemi interpretativi, io stesso non avevo letto a quel tempo neppure Le conseguenze economiche della pace, che era l’altro grande testo a cui Keynes pur doveva la sua celebrità, scritto nel 1919, e poi seguito nel 1936 dalla Teoria generale. E non avevo letto nulla di tutto il resto, cioè di tutti gli scritti degli anni Venti. Praticamente Keynes era un capitolo dei manuali di politica economica e di economia e nient’altro.
Era uscita negli anni Cinquanta una Vita di John Maynard Keynes, scritta da Roy Harrod, che era stato un amico di Keynes, e poi tradotta in italiano e pubblicata nel 1961 da Einaudi, ma era un libro molto corretto nella ricostruzione delle idee, perché Harrod ne aveva avuto conoscenza diretta ed era molto competente, ma sulla vita personale, sugli anni dell’Università, sulla formazione intellettuale, non c’era assolutamente niente. Tanto che io, pur studiando a Cambridge e avendo a che fare frequentemente con lo studio delle idee di Keynes, non sapevo che avesse fatto parte del gruppo di Bloomsbury e che fosse così amico stretto di Virginia Woolf e di Vanessa Bell. Tutto questo mi era sconosciuto ma, soprattutto, era giudicato poco rilevante dall’ambiente accademico dell’epoca. Il Keynes che noi abbiamo studiato era un economista, punto. Quando cominciai a leggere Skidelsky, e il primo volume della biografia è anche quello più affascinante, trovai una straordinaria descrizione della società inglese nel passaggio dall’era vittoriana a quella edoardiana, cioè dalla fine dell’Ottocento all’inizio del Novecento, un momento in cui cambia tutto.
Nel libro la parte dedicata alla gioventù di Keynes è di enorme interesse ed è fondamentale per capirlo oggi, a partire dal fatto che Keynes non ebbe una formazione ordinata di studi economici, non studiò economia, la sua istruzione economica formale fu modestissima e consistette in un trimestre di lezioni da Alfred Marshall, un trimestre nel 1905, per quanto da un grande economista non era certo molto. Keynes, invece, si era laureato in matematica, che studiò a Cambridge dal 1902 al 1905, e soprattutto era interessato alla filosofia. Dal libro di Skidelsky apprendemmo che esisteva questa società segreta di Cambridge, la società degli apostoli, di cui lui fu membro insieme ad altre personalità notevoli come Bertrand Russell, e quello era il luogo in cui effettivamente si realizzò la formazione intellettuale di Keynes in quegli anni. Tutto questo emerse all’improvviso grazie al lavoro storico di Skidelsky e poi nel 1992 uscì il secondo volume, che comprende gli anni della scrittura della Teoria generale, e poi nel 2000 il terzo volume, che riguarda gli anni finale della Seconda guerra mondiale e poi gli ultimi anni di vita di Keynes”.
La curiosità di conoscere direttamente chi aveva rivelato Keynes in tutte le sue passioni e interessi è arrivata qualche anno dopo. “Conobbi Skidelsky attraverso un amico americano e siamo rimasti in continuo contatto. Era atteso proprio oggi (ieri per chi legge ndr) alla Cattolica, dove gli avevamo affidato una lezione magistrale a 80 anni dalla morte di Keynes, su iniziativa della Fondazione La Malfa e di Intesa SanPaolo, appuntamento annullato perché qualche settimana fa abbiamo saputo del peggioramento delle sue condizioni. Naturalmente le ragioni per cui tutti i suoi studi furono possibili fu l’apertura, all’inizio degli anni Settanta, degli archivi privati di Keynes, che erano depositati al King’s College, mentre la Royal economic society, di cui Keynes era stato segretario dal 1913 al 1945, decise di pubblicare l’opera omnia, trenta volumi di studi economici. Rendendo disponibili tutte queste carte, compresa la corrispondenza, le note, gli appunti, la comprensione del pensiero e della vicenda umana di Keynes, per Skidelsky, che aveva comunque avuto l’incarico di scrivere una breve biografia dell’economista, si spalancò una opportunità di lavoro straordinaria, che poi lo ha impegnato per 10 anni con il primo volume e altri 25 per il secondo e il terzo. E’ interessante che non veniva neanche lui da studi economici, ma era uno studioso di storia politica”.
Qui fermiamo un attimo il flusso di memoria di La Malfa perché le biografie straordinarie sono due e anche più, perché Skidelsky racconta un Keynes enormemente affascinante ma è lui stesso titolare di una vita eccezionale. Nato in Cina da padre ebreo di origine russa e madre cattolica, avevano investimenti industriali in Manciuria, poi occupata dai giapponesi. Lui e la famiglia vengono prima internati e poi scambiati con prigionieri e mandati in Inghilterra, dove Skidelsky studia in ottime scuole e passa ad attività accademiche e politiche. Un breve ritorno in Cina per essere di nuovi espulsi ed espropriati dal nascente comunismo cinese. La sua famiglia aveva perso soldi anche con la crisi del ’29 e poteva scherzare sui danni economici ricevuti sia dal comunismo sia dal capitalismo. Di nuovo nel Regno Unito è nel Labour, come esperto di formazione e di politiche per la scuola, poi fonda il Partito socialdemocratico (con David Owen), ha una stagione di simpatia o almeno di comprensione per alcune delle scelte di Margaret Thatcher, dà consigli a Tony Blair per la terza via, arriva alla camera dei Lord, nominato barone, e dopo essere stato ministro ombra per i conservatori rompe anche con loro e va a sedere tra gli indipendenti. Prima di quella su Keynes aveva scritto la biografia di Oswald Mosley, il fondatore del partito fascista in Inghilterra. “Sì – ci dice La Malfa – quello era stato prima di occuparsi di Keynes il suo libro più celebre e più controverso, che gli costò un mandato prestigioso a Oxford. Ma si può capire la sua curiosità storica, perché Mosley fu un personaggio interessante, proveniente dall’alta borghesia inglese di cultura socialista, già deputato di peso e ministro per il Partito laburista, da cui poi esce nel 1931 per fondare un partito nazionalista che poi diventa espressamente fascista, e Mosley nelle sue battaglie politiche portava molte battaglie che chiameremmo keynesiane, come la lotta all’austerità nella spesa pubblica. C’è un episodio divertente. Quando Keynes si espresse a favore dei dazi rovesciando una sua posizione ventennale, Mosley gli scrisse dicendo: caro Maynard, tu dovresti venire con noi. E Keynes rispose che lui scriveva quelle cose proprio per evitare che gente come Mosley potesse andare al potere. Episodio che ci porta alla preoccupazione di fondo di Keynes e cioè l’idea che il capitalismo si deve riformare per evitare che le alternative abbiano la meglio. Tutto questo s’impara leggendo Skidelsky e non si sarebbe appreso altrimenti, restando nello schema di studi economici e keynesiani della mia gioventù, se non ci fosse stata questa enorme biografia che scavava nella vita di Keynes e nella società inglese, tra l’altro una delle più belle biografie mai pubblicate. Ha scritto anche tanto altro, tra cui un brillante saggio che si chiamava Il mondo dopo il comunismo, pubblicato in Italia dalle edizioni di Comunità. Nel suo spostamento verso i conservatori prendeva posizioni interessanti, alcune non le condividevo, come, ad esempio, una forte critica alle politiche di contrasto alla Russia e, di conseguenza, una simpatia molto scarsa per la causa ucraina. Ma questo forse derivava da un vecchio affetto verso la Russia di cui si sentiva in qualche modo figlio, tanto da riprendere lo studio del russo che aveva dimenticato dopo l’infanzia”.