Alla Biennale niente artisti italiani, nessun film agli Oscar o a Cannes, un deserto anche i libri

Qualche riflessione su un sistema culturale che non riesce più a uscire dai propri confini, e anche in Italia non pare attirare così tanto l’attenzione, basterebbe guardare i numeri settore per settore, andrebbe fatta. Ma forse ci salverà Sal Da Vinci, all’Eurovision

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6 MAY 26
Ultimo aggiornamento: 08:02 AM
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Foto Ansa

Si potrebbe anche dire “la Biennale del dissesto”, per seguire la moda dei calembour culturali (del dissenso, del disgusto, del disastro geopolitico). Nel binomio, la parola che però non funziona è “biennale”. Perché se si prova a guardare la situazione di autentico dissesto della cultura italiana – o persino di quell’aspetto invero minore che è “l’immagine” culturale, lo standing dell’Italia nel mondo della cultura e delle arti – il dissesto prosegue da molto più di due anni: una discesa su un piano inclinato inesorabile. E soprattutto silenziosa, taciuta. Ci hanno eliminati dai Mondiali di calcio, è l’unico urlo nazionale che si ascolti. Straziante, o per meglio dire stucchevole. Tutto il resto è dissoluzione ovattata in dissolvenza, compresa l’automotive che un tempo era la griffe italiana nel mondo. Ma ognun dorma. Che alla 61esima Biennale d’Arte di Venezia 2026, tra i centoundici artisti selezionati dalla curatrice camerunense Koyo Kouoh, e confermati dallo staff dopo la sua scomparsa, non figurino artisti italiani/e ha fatto meno rumore del calcio. L’arte italiana non è stata reputata degna di invito nemmeno a Manifesta 16 Ruhr, prestigiosa “Biennale nomade europea di arte contemporanea”, ha notato il Giornale dell’arte. Vero è che la débâcle veneziana, seppure inedita, non ha stupito più di tanto gli esperti, i critici e gli operatori del mercato dell’arte.
Gli osservatori specializzati da tempo registrano la scarsa presenza italiana nei contesti e nelle grandi mostre internazionali, anche a causa del poco sostegno ai giovani artisti italiani non ancora affermati da parte di collezionisti e galleristi (ah, l’orribile mercato). Vero è anche che la scelta curatoriale di Koyo Kouoh, che ha privilegiato in maniera quasi totalitaria l’arte africana e del “Sud globale” cosiddetto, esasperando un antioccidentalismo già dominante nelle scorse edizioni, Biennale Architettura compresa, ha inciso negativamente sulla bilancia degli inviti. Per ora, su questo approccio culturale discutibile, se diventa unico, regna in occidente un timido regime di silenzio-assenso. Ma l’Italia è povera d’arte, questo ammettono tutti a mezza voce.
Però, Biennale a parte, basterebbe ricordare altri fatti spiacevoli. Agli ultimi Oscar non era presente alcun film italiano – nel 2025 uno solo entrò nella cinquina dei film stranieri, ma non vinse – e nessun film italiano è stato selezionato quest’anno per Cannes, dove i nostri “auteurs” sono sempre stati amati. Ascoltiamo le solite piccine polemiche sui tagli ministeriali al cinema italiano, stasera i David di Donatello seguiranno il consueto copione: l’omaggio familistico alla solita cinematografia italiana senza margini d’esportazione (tolti Guadagnino o Sorrentino e prima Muccino, c’è qualche regista in grado di farsi produrre a Hollywood?) e la lagna per i soldini perduti. L’ultimo trionfo internazionale del cinema italiano è stato La Grande bellezza, 2014. Giocavamo ancora ai Mondiali.
Passiamo all’editoria? Il romanzo italiano di maggior successo all’estero nell’ultimo decennio è stato L’amica geniale di Elena Ferrante, uscito nel 2011, con 10 milioni e oltre di copie. Più indietro si ritorna a Gomorra (2006) che però è non-fiction ed è sempre un po’ come per il Padrino: all’estero l’Italia interessa soltanto se c’è la povertà e la malavita. Bene La solitudine dei numeri primi (2008) e qualche altro titolo, poi si torna al Nome della rosa, alla Fallaci, millennio scorso. Per essere uno dei paesi che stampano più libri al mondo, e ne leggono di meno, un disastro. Ma si diceva lo standing. L’Italia è stata Ospite d’onore alla Buchmesse di Francoforte nel 2024, ma la cosa migliore che riuscì a esibire furono le polemiche da cortile domestico per il presunto boicottaggio di Saviano da parte del governo delle destre. Qualche riflessione su un sistema culturale che non riesce più a uscire dai propri confini, e anche in Italia non pare attirare così tanto l’attenzione, basterebbe guardare i numeri settore per settore, andrebbe fatta. Ma forse ci salverà Sal Da Vinci, all’Eurovision.