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L’assist alla propaganda russa è dolo, non è cultura. La versione di Picierno
Non siamo di fronte a una questione burocratica, ma a un nodo profondamente politico: riguarda il modo in cui concepiamo il rapporto tra cultura, libertà e responsabilità nel contesto di una guerra in corso. Ci scrive la vicepresidente del Parlamento europeo
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6 MAY 26

Foto Ansa
Al direttore - Il dibattito che si è sviluppato attorno alla Biennale di Venezia e all’ipotesi di riapertura del Padiglione della Federazione Russa riflette l’immaturità della nostra società e delle classi dirigenti. Non siamo di fronte a una questione burocratica, ma a un nodo profondamente politico: riguarda il modo in cui concepiamo il rapporto tra cultura, libertà e responsabilità nel contesto di una guerra in corso. Ritenere che l’arte promossa dal Cremlino sia neutra, e non uno strumento di influenza e propaganda, è nel migliore dei casi ingenuo, nel peggiore irresponsabile. Una simile posizione sottintende che, dopo anni di aggressione russa contro l’Ucraina, nulla sia realmente cambiato. Ma non è così.
Possiamo permetterci questa deriva? Una parte del ceto politico e intellettuale sembra aver interiorizzato una forma di assuefazione morale che ricorda da vicino l’atmosfera de “La zona di interesse” di Martin Amis: vivere accanto alla barbarie fino a considerarla normale, fino a desiderare un ritorno a una normalità che non esiste più. Quanto a molti che invocano la “libertà della cultura” per giustificare ogni apertura, l’argomento è fragile e superato della storia. La libertà culturale non è neutralità rispetto ai regimi autoritari. E soprattutto: quale cultura russa si pretende di difendere? Quella ufficiale, integrata negli apparati di potere, o quella viva, critica, oggi in larga parte costretta all’esilio, marginalizzata o repressa? Confondere queste due dimensioni significa fare un favore al regime di Putin, non alla cultura. Significa legittimare un dispositivo di propaganda mentre si abbandonano quegli artisti e intellettuali russi che pagano il prezzo più alto per la loro opposizione. Non si tratta di chiudere la porta alla cultura, ma riconoscere quando viene utilizzata come estensione del potere politico e militare. Riaprire oggi quel padiglione non sarebbe un gesto di dialogo, ma un segnale di rimozione. E l’indifferenza, nella storia europea, è sempre il primo passo verso la complicità. La tradizione europea delle libertà conosce bene la differenza tra censura e difesa dello spazio pubblico da operazioni di influenza. Ignorarla non è apertura: è rinuncia. E oggi è una rinuncia che non possiamo permetterci.
Pina Picierno, vicepresidente del Parlamento europeo