Chi è in cerca di giustizia a Venezia si goda il progetto dei Kabakov

Si chiama Diario Veneziano ed è una sorta di Kula Ring polinesiano, lo scambio rituale di oggetti. In questo caso i polinesiani sono i veneziani, i veri esclusi dal circo dell’arte nei giorni della preapertura della Biennale. Emilia Kabakov li ha invece invitati a portare nei due spazi i loro oggetti d’affezione, le loro storie quotidiane e intime

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7 MAY 26
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Foto Ansa

Che bella deve essere stata la Biennale del 1907, con un solo padiglione nazionale: quello del Belgio. Colonialista al 100 per cento: non si potevano avere dubbi su chi escludere. E poi si poteva citare a memoria Cuore di tenebra di Joseph Conrad. Anzi, si poteva intitolare così tutta la Biennale. Oggi si potrebbe intitolare, visto il caos totale che ha fatto implodere ogni logica, Tenebra senza cuore. Se nel 1907 era facile decidere cosa non vedere, oggi la cosa è complicata. Una delle colpe più grandi dei paesi “differentemente democratici” è di dare voce a pessimi artisti travestiti da dissidenti, da Ai Weiwei alle Pussy Riot. Anche se l’artista che rappresenta gli Stati Uniti, Alma Allen, andrebbe messo in prigione per danno premeditato alla retina dello spettatore. Nei miei quarant’anni da critico e curatore ho visto cose inguardabili, e Allen si posiziona molto in alto nella classifica di demerito estetico.
Detto questo, per tagliare la testa al toro, sono andato nel famigerato padiglione russo. Se questa è propaganda, ben venga. Stiamo davanti a folklore floreale. Come se nel Padiglione Italia ci fossero i carretti siciliani, il coro degli Alpini e gli sbandieratori del Palio. Si poteva essere un po’ più cattivi, se si voleva fare propaganda. Pensare che per questo si sia messa in crisi una delle istituzioni culturali più importanti del mondo fa preoccupare. Ma se veramente si vuol vedere il padiglione dell’anima russa, quella narrata da Paolo Nori, bisogna andare in fondo al Padiglione Venezia e a Ca’ Tron. In questi due luoghi Ilya Kabakov, scomparso qualche tempo fa, e la moglie Emilia Kabakov, emigrati negli Stati Uniti più di trent’anni fa ma che non hanno mai mutato il proprio cuore russo, hanno creato un progetto eccezionale che, se ci fosse ancora la giuria, si meriterebbe un Leone d’oro, beccando tre piccioni con una fava: due russi con passaporto americano e origini ebraiche. Bingo.
Il progetto si chiama Diario Veneziano ed è una sorta di Kula Ring polinesiano, lo scambio rituale di oggetti descritto dall’antropologo Bronislaw Malinowski nelle isole Trobriand. In questo caso i polinesiani sono i veneziani, i veri esclusi dal circo dell’arte nei giorni della preapertura della Biennale. Emilia Kabakov li ha invece invitati a portare nei due spazi i loro oggetti d’affezione, le loro storie quotidiane e intime. Non solo: per celebrarli ha steso un tappeto rosso. Per lei sono loro le vere star. In un luogo dove tutti – curatori, artisti, direttori eccetera eccetera – provano a professare la giustizia con la G maiuscola, ecco un’artista che si sforza di essere giusta con la g minuscola, ma non per questo meno importante. Subito dopo passo accanto a quel condono edilizio che è il nuovissimo padiglione del Qatar. Un grande gazebo in stile chinoiserie rétro, con dentro una mostra cerchiobottista dall’umile titolo A Gathering of Remarkable People, una riunione di strafighi, tradotto liberamente, che comprende anche il Dalai Lama dell’arte contemporanea, Rirkrit Tiravanija. Esattamente il contrario dell’inclusività dei Kabakov.
Il padiglione centrale, con la mostra internazionale immaginata dalla curatrice Koyo Kouoh prima di morire improvvisamente, si apre con un’opera del Grande Capo Demond Melancon della tribù dei Giovani Cacciatori Seminole di New Orleans. Il lavoro è uno spettacolare costume cerimoniale fatto di piume e perline colorate. Nelle varie lingue dei nativi americani non esiste quasi mai la parola “arte”, essendo la creazione intrecciata alla vita e alla quotidianità. Osservando un po’ tutto quello che c’è in mostra, inizio a pensare che i nativi americani abbiano proprio ragione: l’arte non esiste. Ma il resto sì. Beati loro.