Non un’operina celebrativa ma una bomba drammaturgica

Siamo più o meno agli antipodi del Mozart modello statuina di biscuit: fin dalla sinfonia, si sprizza energia e nervosismo, a volte perfino troppo. I contrasti sono sottolineati, i tempi per lo più estremizzati. Insomma, altro che fredda opera seria celebrativa

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8 MAY 26
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Nonostante l’eccellente prestazione di Carlo III davanti a quel cafone di Trump, oggi non è più tempo di celebrazioni della clemenza regale, e si è appena visto com’è delicato anche esercitarne quel residuo che pure resta nelle nostre repubbliche democratiche, insomma il potere di grazia. Quindi l’imperatore Tito, delizia del genere umano che, secondo Metastasio, grazia tutto e tutti fino all’autolesionismo, diventa in realtà un politico scafato che tiene sotto controllo il suo entourage con ascolti clandestini e perdona, lo si capisce subito, solo a fini d’immagine. E’ La clemenza di Tito di Mozart secondo Damiano Michieletto all’Opernhaus di Zurigo, teatro civilissimo che la domenica ti permette anche di fare una doppietta, Mozart alla sera e Beethoven al pomeriggio, con un Fidelio di buona routine musicale dove però il regista Andreas Homoki si diverte capricciosamente a iniziare dalla fine, a invertire i pezzi musicali, a sopprimere i parlati e insomma ti serve un rompicapo per solutori più che abili, come nella Settimana enigmistica.
Il Tito inizia invece con Publio che sistema microspie dentro la solita raffinatissima scena-installazione minimal chic di Paolo Fantin. E ovviamente vengono subito in mente i ricorrenti, complicatissimi scandali italiani sugli ascolti illegali, clamorosi sul momento e poi regolarmente dimenticati quando si finisce per non capire più chi spiava chi, e perché. Lo stesso Publio salva Tito dalla congiura del primo atto vestendo un sosia come lui, poi però lo avvelena nel finale: l’happy end della Clemenza risulta oggi indigesto alla maggior parte dei registi, e infatti Tito fa quasi sempre una brutta fine (approviamo: la bontà è sempre pericolosa, specie in politica, e il suo eccesso va punito). Per il resto, un Michieletto forse non dei sommi ma bellissimo as usual, specie nella cura della recitazione e nella definizione dei personaggi. Qui giganteggia Lea Desandre come Sesto, davvero esemplare per presenza scenica e vocale. Se non fosse addirittura blasfemo pensare alla successione della Santissima, diremmo che Desandre è in pole position per diventare la nuova Bartoli, che peraltro nella prossima stagione zurighese riprenderà questo personaggio e questo spettacolo (toccherà tornare, quindi).
Di Vitellia, Margaux Poguet ha l’aggressività e le note centrali e acute, ma quelle gravi sono un birignao e soprattutto si capisce circa una parola su tre dei recitativi di Metastasio, sublimi benché rappezzati da Caterino Mazzolà cui Mozart si rivolse per trasformare la vecchia Clemenza in “vera opera”, cioè metterla alla moda del giorno. Tito è Pene Pati, tenore maori di bellissima voce, agilità un po’ pasticciate e una certa tendenza a strafare: chissà i calembour quando canterà in Italia, con quel nome. Senza infamia e senza lode gli altri, tutti però variamente farfuglianti l’italiano. Sul podio della Scintilla, l’orchestra barocca del teatro, un eccellente Marc Minkowski. Siamo più o meno agli antipodi del Mozart modello statuina di biscuit: fin dalla sinfonia, si sprizza energia e nervosismo, a volte perfino troppo. I contrasti sono sottolineati, i tempi per lo più estremizzati. Insomma, altro che fredda opera seria celebrativa, come dicevano i vecchi manuali mozartiani. La clemenza di Tito è una bomba, anche drammaturgica, dove sotto il marmo di una classicità winckelmanniana ribolle una sensibilità già quasi romantica: del resto, siamo nel 1791, I dolori del giovane Werther sono già in tutte le librerie da diciassette anni e in Francia sta succedendo quel che sappiamo.