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La nostra Biennale del dissenso. Un esercizio di memoria per non abituarsi al putinismo
Con il giornale di oggi trovate anche il poster di Navalny. Invitiamo i lettori non semplicemente a conservare il poster ma, se lo vorranno, a portarlo a Venezia e a lasciarlo davanti al Padiglione russo. Come gesto pacifico di memoria. Non contro la cultura russa, ma contro la rimozione del putinismo
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9 MAY 26

Oggi il Foglio distribuisce con il giornale un poster con il volto di Alexei Navalny. L’idea è semplice: trasformare il giorno dell’apertura della Biennale in una piccola Biennale del dissenso. Non una provocazione, non una contestazione rituale, ma un esercizio di memoria in un momento in cui il rischio più grande, di fronte al putinismo, è abituarsi.
Oggi, 9 maggio, mentre a Mosca Vladimir Putin celebra la vittoria sovietica sul nazismo utilizzandola ancora una volta come strumento di propaganda per giustificare l’invasione dell’Ucraina, a Kyiv lo stesso giorno viene celebrato come festa dell’Europa. Due modi opposti di usare la memoria: da una parte la memoria trasformata in giustificazione dell’imperialismo, dall’altra la memoria usata per difendere la libertà e le società aperte.
Dentro questo quadro si inserisce anche il significato del poster di Navalny. La Biennale nasce per favorire il dialogo tra culture, ed è giusto che sia così. Ma esistono momenti in cui il dialogo rischia di diventare un monologo della propaganda, soprattutto quando un regime autoritario utilizza arte e cultura come strumenti di legittimazione internazionale. E allora, accanto alla Biennale ufficiale, il Foglio ha pensato di promuovere simbolicamente una Biennale del dissenso.
Per questo oggi invitiamo i lettori non semplicemente a conservare il poster ma, se lo vorranno, a portarlo a Venezia e a lasciarlo davanti al Padiglione russo. Come gesto pacifico di memoria. Non contro la cultura russa, ma contro la rimozione del putinismo. Navalny resta il simbolo più forte della Russia che Putin teme: una Russia libera, dissidente, capace di opporsi al potere senza trasformarsi in propaganda. Ricordarlo oggi significa ricordare che anche nelle guerre contemporanee la memoria è un campo di battaglia. E che il dissenso, qualche volta, può diventare un’opera collettiva.