•
Meglio della Prima. Gli 80 della Scala risorta
La città che credevamo scomparsa si palesa compatta per il concerto di Chailly, che dirige davanti all'immensa foto di Toscanini in quel maggio del 1946. Applausi scroscianti per Segre e Mattarella, monito di Sala per la democrazia e la bellezza da difendere a ogni costo
di
11 MAY 26
Ultimo aggiornamento: 03:05 PM

Il maestro Riccardo Chailly arriva lungo via Filodrammatici verso le dieci e trenta del mattino in giacca sportiva, mano nella mano con la moglie Gabriella Terragni in sneaker, poco prima che aprano le porte del Teatro alla Scala alla folla che non è oceanica come nell’11 maggio del 1946, ma altrettanto trepidante e già un po’ commossa: tutti sono invitati al “Concerto per l’ottantesimo anniversario della Scala ricostruita”, tanti hanno atteso una certa ora X per prenotarsi sul sito e sedersi a fianco dei nomi che solitamente affollano la Prima del 7 dicembre, anzi qualcuno in più perché questa celebrazione è, per molti versi, più importante. E dunque più austera. Tronchetti Provera, Buitoni, Camerana, Vitta Zelman, Maranghi, Shammah, Bossi Comelli, de Mazzeri, Curiel, Guasti, Vago, Jacini, Crespi, Grandi, tutti gli ex sovrintendenti fino a Carlo Fontana, un gentile signore novantaseienne che ottant’anni fa era lì, in platea, ad ascoltare Arturo Toscanini, e che viene applaudito e festeggiato. Nel palco centrale siedono, oggi come allora, gli ospiti della Casa di Riposo Giuseppe Verdi, lascito eterno del compositore a una città che sapeva essere solidale e accogliente in modo fattivo e senza ipocrisie. Applausi scroscianti per Liliana Segre, che in un breve video ricorda quanto per lei, sopravvissuta ai lager, orfana, la Scala risorta rappresentasse casa, un luogo di pace e di speranza, un boato di entusiasmo all’ingresso del presidente Sergio Mattarella, che siede in platea accanto al presidente del Senato Ignazio La Russa.
A chi non è milanese e non può capire che cosa significhi questo teatro per la città e in realtà per l’Italia intera – ottant’anni non ci fu bisogno di transenne, un’immagine dell’archivio Publifoto ritrae Pietro Nenni pre-Costituente tranquillo in un palco dove il fotografo ha potuto evidentemente raggiungerlo senza essere bloccato – provvede il sindaco Giuseppe Sala a ricordarlo, nel breve, pungente discorso di apertura, che guarda direttamente all’Europa di oggi e di ieri, e al ruolo che, per l’Italia intera, ebbe la rinascita della Scala, segno forte di una ricostruzione del Paese che in quel 1946 doveva ancora venire e di un referendum che sarebbe stato votato meno di un mese dopo: “Quello di oggi non è un esercizio nostalgico”, dice, chiamando direttamente in causa le istituzioni presenti. “È un interrogativo urgente: cosa significa oggi ereditare quella ricostruzione? Le istituzioni presenti in questa sala portano responsabilità precise. La responsabilità di rappresentare l’Italia e Milano e l’Europa, certamente. Ma anche la responsabilità di difendere. E non si tratta di difendere soltanto la Scala o l’arte. Oggi si tratta di difendere la democrazia”, aggiunge. “Giuseppe Verdi, il compositore che più di ogni altro ha incarnato l’identità di questa nazione nel suo periodo di formazione, scrisse: ‘Torniamo all’antico: sarà un progresso’. È un paradosso che nasconde una verità straordinaria: il progresso autentico non è rottura con tutto ciò che è stato, bensì fedeltà alla parte migliore di sé stessi. La democrazia che intendiamo tutti difendere è un processo continuo, che si rinnova. Altrimenti, semplicemente, non è democrazia, ma la sua ombra. Ottant’anni dopo, dobbiamo restare fermi dalla parte giusta e la parte giusta è questa: la parte della bellezza, dell’arte e del coraggio civile”.
Tutti evocano la figura di Toscanini, la sua fermezza, il suo rigore, la passione nel dirigere e nel guidare: un audio ne diffonde la voce alla sua ultima prova di "Ballo in maschera", per tutto il concerto la sua immagine sul podio nel 1946 con l'orchestra e il coro resterà fissa sul fondo del palcoscenico, doppelganger di Chailly. Pochissimi sanno che, in quella ricostruzione, Toscanini mise molto denaro di tasca propria, insieme con gli stessi milanesi. Sei secoli dopo il getto delle fondamenta del Duomo, quando regalarono alla “Fabbrica” il loro lavoro e i loro beni ricchi o miseri per offrirsi la cattedrale più sontuosa del sud Europa come gli archivi ancora testimoniano – bottoni, maniche, ricami, lenzuola, poi rivenduti all’incanto – i cittadini avevano unito le forze perché ancor prima delle case risorgesse il loro teatro. La città visse il concerto di sabato 11 maggio 1946, ore 21, ora per ora, il programma circolò subito insieme con la notizia che una serie di altoparlanti installati fino a piazza Duomo avrebbero permesso anche ai tantissimi che non potevano permettersi il biglietto, nemmeno in galleria, di ascoltare e stringersi nell’orgoglio e nella commozione. Un posto in platea costava centomila lire, un’enormità, il ricavo fu di 25 milioni, necessarissimi al teatro come alla città. La scelta del Maestro di aprire con la “Gazza ladra” parve incongrua solo per il primo istante, tutti compresero subito. La cronaca che ne fece Franco Abbiati sul “Corriere della Sera” la mattina dopo, molto insistendo sulle “suggestioni del Pélleas” e le “costruzioni ciclopiche” del “Te Deum” verdiano (“L’arte di Toscanini consacra la rinascita della “Scala””) occupa cinque colonne di pagina 3; la quarta e la quinta sono lasciate a fittissimi annunci di piccola pubblicità che stringono il cuore. Una lista infinita di auto di lusso o Topolino, di ghiacciaie, pianoforti a coda, macchine da cucire, di pellicce. Tutti svendono “da privato a privato”. Il crollo di una società, ma anche la sua rinascita, si leggono in questi dettagli. Della mattinata dell’11 maggio 2026, nelle foto si potrà notare la totale assenza di influencer e “volti noti” del gossip. Al "Va' pensiero" il loggione chiede il bis.