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Il nuovo che avanza nell'"Olympia" di Nicola Campogrande
"Fino a che un artista eviterà di ripetere ciò che esiste già, non potrà essere sostituito", così il compositore liquida il dibattito su intelligenza artificiale e produzione artistica. Insomma, la macchina ci scalzerà solo se ci limiteremo ad applicare formule
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15 MAY 26

Foto LaPresse
Quando ancora non si parlava così pervasivamente di intelligenza artificiale e di tecnologie senzienti, il compositore Nicola Campogrande e lo scrittore Piero Bodrato discutevano di una nuova opera dedicata proprio a questi temi. Eravamo nel 2021 e il progetto coinvolgeva altri artisti, come il direttore d’orchestra Riccardo Frizza e il regista Tommaso Franchin. Sembrava un lavoro di nicchia, per certi versi rischioso: un melodramma su questi temi appariva difficile da decifrare. Quell’idea, allora quasi avventurosa, trova oggi la sua prima collocazione pubblica all’interno della stagione del Teatro Comunale di Bologna, in programma da stasera al Nouveau. Olympia, questo il titolo dell’opera, si ispira ad alcuni racconti scritti da E. T. A. Hoffmann all’inizio dell’Ottocento e dedicati al tema degli automi, qui riattualizzati attraverso le inquietudini e le innovazioni che accompagnano la nostra vita quotidiana. Spallanzani è uno scienziato che, per amore del sapere, non si pone dubbi etici, Zoltan l’imprenditore che non se li pone per interesse economico, Jean Paul l’uomo che non esita a trasformare la protagonista in un oggetto sessuale. A questa visione prettamente maschile si contrappone una sola donna, Sherry Hope, filosofa impegnata politicamente sulle questioni di genere. Tra loro c’è Olympia, androide ipertecnologico e unico personaggio capace di evolvere, mentre gli altri rimangono fermi in una condizione di umanità limitata e imperfetta, incapaci non solo di progresso culturale o intellettuale, ma soprattutto di cambiar vita.
“Se nel mondo, oltre che per la cucina e per la moda, siamo conosciuti per il melodramma, un motivo ci sarà”, dice Campogrande. “Smettere di fare una cosa che ci viene bene da quattro secoli solo perché le vecchie avanguardie hanno massacrato il linguaggio musicale e le sue forme, secondo me, non ha molto senso”. L’opera si compone di arie, duetti e concertati, inseriti all’interno di un impianto tonale, una ricerca armonica puntuale e dettagliata e un’orchestrazione esuberante e ben curata, dove convergono pennellate jazzistiche e suggestioni folcloriche. “Ho sempre amato scrivere melodie e la mia musica ne è piena”, continua Campogrande. “Talvolta sfruttano il sistema modale, in altri casi sono ‘tonaleggianti’, in altri casi ancora non saprei definirle, compongo in modo intuitivo, non seguendo schemi o formule. Trovo che scrivere melodie per poi cantarle sia una delle cose più belle che si possano fare. Inventare arie o cori che magari ci possiamo poi canticchiare sotto la doccia è meraviglioso”.
La ricchezza musicale accompagna i diversi temi dell’opera, come quello della libertà, degli affetti e, soprattutto, dell’umanizzazione della macchina che inizia a provare emozioni sino a commuoversi. Siamo nel campo dell’inverosimile, per il momento, ma le nuove sperimentazioni ci dicono che in un futuro prossimo potremmo ritrovare al nostro fianco l’Olympia protagonista dell’opera. Potrebbe anche capitare che musica e libretto di un’opera possano essere scritti integralmente dall’AI. “Il mestiere del compositore ha senso perché c’è un artista che osserva il mondo e lo porta dentro una partitura – dice Campogrande – inseguendo la bellezza ma anche stupendosi, rischiando, divertendosi a scoprire ogni volta qualcosa di inatteso. L’AI genera già ora brani gradevoli, non solo pop; ma, per definizione, lo fa riassemblando l’esistente e procedendo su base statistica. Fino a che un artista eviterà di ripetere ciò che esiste già, non potrà essere sostituito; se invece si limita ad applicare formule, ecco, lì temo che debba cominciare ad aver paura”.