Madame e la sua ribellione introspettiva contro lo show business

Con il nuovo album "Disincanto", l'artista ha deciso di raccontare cosa è successo dopo che si è ritrovata paracadutata in quella che adesso etichetta come “la fabbrica dell’orrore”: l’industria contemporanea dello spettacolo, con le sue regole ciniche, l’insincerità, la spietatezza

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Foto LaPresse

Ci aveva piuttosto sorpreso, nel desertico concertone del Primo maggio, la performance di Madame, capelli corti, torace tatuato, “occhi gonfi del suo disincanto”, come salmodiava in un pubblico esperimento confessionale – un tentativo di sincerità purtroppo andato perduto nella ridda confusa di quel brutto festival. E “Disincanto” s’intitola per l’appunto lo strano e inatteso terzo album di Madame, artista di cui avevamo perduto le tracce dopo le brutte notizie dei suoi problemi psichiatrici, voci di cliniche, psicofarmaci, disturbi ossessivo-compulsivi.
“In due anni non ho partorito un pezzo sai, sono stata in un ricovero per settimane”, canta lei in un pezzo chiamato “Come Stai?” e si capisce che in questo lavoro delicato e interamente autodedicato, come in una succosa seduta psicoanalitica, Madame ha deciso di raccontare cosa diavolo le sia successo, dopo che si è ritrovata paracadutata in quella che adesso etichetta come “la fabbrica dell’orrore”, insomma l’industria contemporanea dello spettacolo, con le sue regole ciniche, l’insincerità, la spietatezza. E la si ascolta con piacere, perché si capisce subito che il tentativo, pur venato di giovanile ingenuità, è spontaneo e veritiero e che ciò che ci sta sottoponendo è un rapporto senza sconti di quel che succede a una ragazza di provincia, armata soltanto del suo talento, quando le capita di ritrovarsi di colpo sulla giostra che gira sotto la seducente luce dei riflettori. Insomma, lo show business è un tritacarne programmato per individuare la bravura giovanile, spremerla e poi sputarla, svuotata di vita, e Madame tutto ciò l’ha scoperto a proprie spese. Così dopo i fasti sanremesi di “Voce” e “Il bene nel male”, e dopo aver pubblicato il secondo album, “L’amore”, Francesca Calearo, alias Madame, è sparita. Ha mollato. E “Disincanto” è ora una cruda confessione di quel che le è accaduto, confezionata dentro una copertina con sopra un codice a barre e un prezzo di vendita, come nei supermercati, affinché il messaggio non lasci spazio a equivoci. La musica, dunque, può essere un banale prodotto da banco. E il disincanto di Madame è la perdita delle illusioni e l’acquisita consapevolezza che per sopravvivere non bisogna farsi incantare dalle lusinghe.
Una lucidità che si traduce in quattordici brani affidati alla produzione del fedele Bias (ovvero Nicolas Biasin: “Siamo cresciuti insieme, ci conosciamo da nove anni”), in cui Madame dà forma e contenuto al suo disgusto per le dinamiche tossiche che le si sono parate davanti: ipocrisia, sorrisi di circostanza, contratti capestro, fino al momento del crollo, esposto senza pudore. L’artista ammette d’aver toccato il fondo, dice di non voler essere un modello per nessuno, in “Volevo capire” monta sul tema un esplicito duetto con Marracash, un altro refrattario al circo mediatico. A seguire, ancora, c’è la divertente incursione nel lercio del mondo urban di “Puttana svizzera”. Un brano strafottente che chiama a raccolta i rapper Nerissima Serpe, Papa V e Goccia. Quindi il manifesto dei sensi di colpa “Rosso come il fango”, recitato da parte di chi si sente nato “storto”, “Mai più” e “Invidiosa” che scavano nelle fragilità relazionali, parlano di social , di follower e degli ingannevoli consigli per la salute mentale. L’ultima traccia, “Grazie”, è quello che prova a essere catartico, ma senza lieto fine: analisi, autoanalisi, accettazione, un dialogo tra lei e il suo terapeuta, in cui si parla esplicitamente di punti deboli, di ocd e di ricovero in psichiatria. Quasi ovunque in tutto l’album i suoni sono rarefatti ed essenziali e le performance vocali sempre partecipate, concitate, a tratti però capaci anche di autoironia. Il senso di “Disincanto” sta soprattutto nella sua volontà di provocazione: si comprende, si perde la magia, ma non equivale a subire una sconfitta. Il disincanto può diventare una forma concreta di libertà, smantellando le aspettative, ripartendo da zero, accettando i propri limiti. Un referto, perciò: la festa è durata poco e conviene guardare la realtà per ciò che è. Nel complesso un prodotto che è un ritorno fuori dai canoni capace di farci ripensare Madame diversamente: se la prima impressione era stata quella d’un talento imbrigliato dal marketing, questo slancio di ribellione ce la rende attrattiva, a dispetto di alcuni anacronismi, e soprattutto nel rispetto del fatto che nelle sue corde c’è ancora molta musica – e c’è l’amore, l’indagine, i dubbi, il sesso – e infinite possibilità di farcela ascoltare.