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Michelangelo e l'islam: il mistero del rosario nel Giudizio Universale
Basta l’assenza della divisione in decine nei grani di una corona per trasformare un rosario cristiano in una masbaha musulmana? È ciò che pare sostenere il gesuita Heinrich Pfeiffer
12 GIU 26

Foto Pixabay
Di recente in una delle mie passeggiate serali col rosario in mano sono stato avvicinato da un passante dalle fattezze mediorientali: Are you muslim? mi ha chiesto vedendomi sgranare la corona. Voleva del denaro e l’ha avuto ma, facendomi riflettere sulla strategia adottata per approcciarmi, mi ha contraccambiato con lo sblocco d’una memoria sepolta: quasi vent’anni fa infatti, scorrendo le pagine de La Sistina svelata – Jaca Book, autore il gesuita svevo Heinrich Pfeiffer, a lungo docente di Iconografia cristiana all’Università Gregoriana, morto di Covid nel 2021 – mi avevano colpito alcuni passaggi su un dettaglio del Giudizio Universale michelangiolesco, posto nell’area in basso a sinistra del colossale affresco e che qui riporto: “Nella cerchia di coloro che stanno ascendendo al cielo, spicca una coppia di due figure dalla pelle scura aggrappate ad una corona del rosario loro pòrta dalle mani di un giovane angelo in piedi su una nuvola soprastante. I grani del rosario sono del color croco del discernimento spirituale. Qui non si tratta del rosario cristiano, piuttosto di un rosario musulmano, che ricorda nella preghiera i novantanove nomi di Allah: la serie di grani è continua e supera ampiamente il numero di dieci”. È così, l’ho constatato anche da vicino salendo sui ponteggi allestiti dai Musei vaticani in occasione della recente ripulitura dal lattato di calcio che velava il capolavoro.
La salvezza dell’anima passa dunque anche per Maometto secondo questo manifesto cattolico sui novissimi? È plausibile un caso di dialogo interreligioso islamocristiano appena trent’anni prima della cruciale battaglia di Lepanto (1571), promosso dal Buonarroti o addirittura dal Papa, che l’opera aveva commissionato? Non potevo crederci e tuttora non lo credo, nonostante l’odierno clima irenico. Ma chi sono io, semplice giornalista, per giudicare? Per di più di fronte a un’autorità come il professor p. Pfeiffer SJ, celebre in verità per ipotesi ardite, come quella secondo cui il fazzoletto della Veronica si trova a Manoppello, in Abruzzo? Resta il busillis: basta l’assenza della divisione in decine nei grani di una corona per trasformare un rosario cristiano in una masbaha musulmana? È ciò che pare sostenere p. Pfeiffer. Lodevole voglia di inclusività? Manovra storico-artistica per sminare lo scontro di civiltà? Mah… La storia del rosario ci racconta qualcosa di diverso. In principio c’era la recita del Salterio, i 150 salmi biblici, ma, essendo difficile memorizzarli tutti, quella preghiera finì per essere riservata solo a chi sapeva leggere; per il popolo illetterato nacque dunque il Salterio della Madonna, la pia devozione delle 150 Avemarie, non implicante capacità di lettura o particolare sforzo mnemonico. La divisione in decine, ciascuna delle quali dedicata a un mistero della vita di Gesù, è successiva, viene menzionata in un’enciclica dal papa domenicano San Pio V (1569) che poi istituì la festa della Madonna della Vittoria dopo Lepanto, battaglia in cui il rosario ebbe un ruolo cruciale. Quella “catena dolce che ci rannoda a Dio” (san Bartolo Longo, fondatore del Santuario di Pompei) raffigurata nel Giudizio Universale da Michelangelo, devoto mariano, non pare dunque connessa con la tradizione orante musulmana. D’altronde, che dovremmo dire della caravaggesca Madonna del Rosario (1605) del Kunsthistorisches Museum di Vienna? Anche lì i grani sono continui oltre la decina, ma né Buonarroti né Merisi, erano pro Allah. E l’infinità di raffigurazioni di san Domenico cui la Madonna affida un rosario “continuo”? Tutti cripto-islamici? Strano che un colto gesuita come Pfeiffer abbia potuto creare questo equivoco, tanto più che il rosario, sebbene ascritto alle predilezioni degli ordini domenicano e certosino, rientra anche tra le pratiche dei figli di Ignazio. Basti pensare alla incredibile vicenda dei quattro gesuiti di Hiroshima risparmiati nel 1945 da morte e radiazioni pur essendo vicinissimi all’impatto della bomba: usavano recitare, insieme, il rosario. Ma questa è un’altra storia.