Cultura
Burocrazia della morale •
Editore antifascista: per la Fiera di Roma servirà l’autocertificazione
Una fiera del libro dovrebbe essere il luogo della complessità, delle idee difficili e scabrose, altrimenti ci si riduce a una sorta di edulcorata Disney dei presunti buoni che si danno pacche sulle spalle a vicenda eccitandosi per la correttezza delle proprie stesse posizioni
13 GIU 26

Foto Ansa
Per partecipare alla Fiera del libro di Roma, che si svolge ogni anno a dicembre, bisognerà firmare una dichiarazione di antifascismo. Ripeto, tutti gli editori che vorranno partecipare, per poter avere uno stand in cui mostrare la propria merce, dovranno firmare una dichiarazione di antifascismo. Al di là del fatto che per ogni persona in cui ancora alberghi un minimo di lucidità sul mondo la notizia si commenta da sola, rendetevi un attimo conto di dove siamo. Ci troviamo a una fiera del libro, ossia un luogo fatto per scambiarsi le idee che nei libri sono contenute. Un luogo in cui l’apertura a ogni tipo di idea dovrebbe essere la luce guida, perché nel dialogo e nello scambio e nella battaglia culturale si cresce, e non si rimane delle amebe incapaci di guardare la realtà per ciò che è. Una fiera del libro dovrebbe essere il luogo della complessità, delle idee difficili e scabrose, altrimenti ci si riduce a una sorta di edulcorata Disney dei presunti buoni che si danno pacche sulle spalle a vicenda eccitandosi per la correttezza delle proprie stesse posizioni. Invece, per accedere a una simile manifestazione bisogna firmare una dichiarazione, con una sloganistica da liceali in marcia, o in assemblea d’istituto permanente, altrimenti vieni escluso.
E’ plateale come questo provvedimento sull’antifascismo sia interamente fascista. Ma già questo sarebbe fargli un complimento. La pochezza di questo provvedimento simboleggia magnificamente come buona parte dell’industria culturale italiana sia in stato comatoso, fuori dal mondo, ancora abbarbicata a battaglie preistoriche. Questi personaggi che hanno il loro piccolo potere di organizzatori culturali, e tutto il brodo di coltura mefitico dentro cui sono stati prodotti, rimangono aggrappati a tempi morti e stramorti perché sono interamente incapaci di formarsi occhi in grado di guardare il mondo nuovo. Sono così poveri di una identità propria, così incapaci di formarsene una, così privi dell’intelligenza e della libertà per farlo, che riciclano ciò che è ormai polvere della storia, e se ne cospargono per autoincensarsi. Degli autentici necrofili!
L’editoria è un settore meraviglioso. E’ entusiasmante lavorarci, trovare nuovi libri, nuovi autori, nuove idee. Eppure è altrettanto meschino, grossolano e demenziale. E’ spesso ammalato di narcisismo straccione, si rimane aggrappati a piccole rendite di posizione che da un momento all’altro potrebbero essere sottratte. Si genera un ambiente servile dove invece della spregiudicatezza del pensiero, che dovrebbe farla da padrone, domina un’omogeneità banale e gretta che si autoalimenta. Un provvedimento come quello sulla dichiarazione di antifascismo è precisamente figlio di questo ambiente. Come sarebbe possibile, altrimenti, anche solo immaginare una tale “certificazione”? Da un’editoria che partorisce qualcosa di così miserabile, quali idee possono venire? Quale nuovo sguardo sul mondo nuovo può derivare? Il disprezzo per chi può avere concepito e promosso questa certificazione è assoluto, tanto più perché viene avvelenato uno spazio in cui la libertà delle idee dovrebbe essere assoluta e insindacabile. I funzionari del piccolo potere organizzativo culturale, narcisi sviliti e moraleggianti, generano unicamente disgusto. Devo però confessare che un tale provvedimento un po’ mi rende felice. Perché questa penosa autocertificazione rappresenta la loro perfetta e squallida autobiografia.