Venezia e le sue maschere. Gli ultimi giorni dell’umanità, un secolo dopo

Tutte le città poggiano sulla terra, la Serenissima poggia sull’acqua. Dovrebbe comunicare un senso di instabilità, e invece accompagna l’instabilità alla sua miracolosa permanenza. È la città del mondo che è cambiata meno nei secoli e che non può cambiare

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Foto Magnific

Passo a Venezia una settimana e sono assalito da un’acqua alta di ricordi che quasi non lasciano spazio a nessun altro pensiero. La cena alla quale mi ha invitato Claudio Cerasa in occasione della Festa dell’Innovazione era così affollata che non sono riuscito neppure a salutarlo. E così me ne sono tornato presto a casa in preda a malinconie lagunari e memorie di quando, fra il 1983 e il 1996, ho insegnato a Ca’ Foscari sentendomi felice come un turista a spese del ministero. Poi, all’improvviso, ho sentito il bisogno di cambiare vita e di uscire da quella specie di sogno per ricominciare altrove. Nel 1995 ho dato le dimissioni, ho lasciato per sempre l’Università, annoiato da quanto c’era di abitudinario e di burocratico nell’attività e nell’identità di “professore”.
Stufo di rimasticare cultura letteraria per somministrarla a studenti di cui non sapevo niente e di cui non riuscivo a immaginare il futuro, ebbi l’improvvisa sensazione che fin dalla mia adolescenza ero stato attratto dalla letteratura in quanto fuga dalla scuola. Invece che insegnare, dovevo perciò occuparmi letterariamente di me stesso come scrittore e non come pedagogo. Basta con l’insegnare, dovevo scrivere per me stesso e per un pubblico non di studenti ma di adulti “liberi e uguali”. L’aver insegnato letteratura contemporanea e storia della critica per circa vent’anni mi avrebbe aiutato a spiegare chiaramente le cose e non “da una cattedra”. Non mi ero mai sentito né un insegnante né un “ricercatore” e “studioso”. La letteratura, scrittori e opere, non era per me un oggetto di studio scientifico, era piuttosto uno strumento comunicativo per parlare a tutti non solo di letteratura ma di vita presente, di presente come storia e di rapporti fra i libri e la vita. Se si doveva insegnare, sarebbe stato meglio, secondo me, fare il bibliotecario, che consiglia a singoli individui uno o più libri da leggere, dopo aver cercato di capire di che cosa quel preciso individuo aveva più bisogno.
Ora Venezia non è più per me un luogo di lavoro da tre decenni e mi meraviglio di essere la stessa persona di quando avevo quarant’anni. La cosa che mi meraviglia di più e di nuovo è la felicità che una città come questa, unica al mondo, riesce a dare sia a chi la scopre che a chi ci torna anche solo per qualche giorno. Tutte le città poggiano sulla terra, Venezia poggia sull’acqua. Dovrebbe comunicare un senso di instabilità, e invece accompagna l’instabilità alla sua miracolosa permanenza. E’ la città del mondo che è cambiata meno nei secoli e che non può cambiare. Non è moderna, è antica e storica. Si vedono continuamente esseri umani in attività fisica, nonché persone che tranquillamente camminano senza temere l’onnipresente traffico automobilistico, qui magicamente assente. E’ perciò la città più umanamente abitata. Le attività lavorative sono visibili mentre le gondole e i gondolieri sono di per sé spettacolari.
Essendo qui per qualche giorno non posso limitarmi a curare i ricordi. Decido quindi di dare almeno un’occhiata alla Biennale Arte. Lunedì scorso sono andato a piedi fino a Giardini-Biennale per il gusto di attraversare la città. Capire però dov’è la mostra non è facile. Alla fine trovo l’ingresso, ma mi viene detto qualcosa che avrei voluto sapere prima, e cioè che il lunedì la Biennale è chiusa. Il giorno dopo ripeto il tentativo di curiosare in una mostra che mi dica qualcosa dello stato delle arti visive oggi. Ma questa volta scopro l’ovvia realtà di cui mi ero ingenuamente dimenticato: e cioè che turismo di massa significa una massa di pubblico che fa la fila con ammirevole, commovente pazienza. Così mi metto in coda sopravvalutando la mia tenacia e resistenza fisica. Aspetto, sì aspetto. Solo che, dopo circa un’ora, disperatamente mi arrendo e me ne vado, dicendo a me stesso che con quello che so da tempo dell’arte attuale sarei senza dubbio deluso, se non indignato di fronte a non-opere esposte come opere. L’arte moderna e attuale è nata, nasce e nascerà, fino alla fine dei tempi, dalla convinzione suprema e finale che “tutto è arte se lo si vuole”, se viene esposto, firmato e battezzato come arte.
A questo punto ricordo un articolo letto qualche giorno prima, nel quale si dice che qualcuno ha recentemente teorizzato un ulteriore passe-partout estetico: la vera arte, l’arte autentica è quella di cui “ci si meraviglia, connettendoci con il mistero radicale dell’essere”. Bel colpo, altra truffa. Mettiamo da parte “il mistero radicale dell’essere”, dato che nessuno può dire che cos’è l’essere, perfetto rovescio del nulla, parimenti impensabile, inconcepibile e a-concettuale. L’aggettivo “radicale” è qui superfluo, ornamentale. Dal punto di vista della teoria estetica siamo sempre al punto di partenza: se metto un bicchiere vuoto su un tavolo e lo battezzo come arte, “Bicchiere su un tavolo”, provoco senza dubbio meraviglia, dato che tutti si meraviglieranno che il suo “essere” sia un “essere arte”. Siamo in zona Martin Heidegger e Emanuele Severino, che con l’essere ci si sono sempre sciacquati la filosofica bocca.
L’articolo del Corriere era una recensione che il critico d’arte Vincenzo Trione, sempre molto accogliente, ha dedicato a un libro di J. F. Martel, recentemente inventore dell’arte autentica come meraviglia: una teoria così accogliente che qualunque oggetto, cioè tutti, se esposti e proposti come arte, immancabilmente susciteranno meraviglia a chiunque li guardi. Arte autentica? No, in realtà arte qualunque.
Ma dove siamo? Siamo da tempo nel tempo che l’ottimo Karl Kraus, nel corso della guerra 1914-1918, definì Gli ultimi giorni dell’umanità. E vedo che anche per Kraus e una tale opera, teatralmente non rappresentabile, c’è posto ora fra due bei personaggi o maschere della Venezia perenne e sempre attuale. In una foto a due, uscita anche questa sul Corriere, vedo la coppia Cacciari-Buttafuoco, il filosofo di sinistra che vuole piacere alla destra abissale e il giornalista e direttore della Biennale che vuole piacere alla sinistra libertaria e libertina. Il primo farà una lectio magistralis su Kraus ma “con animazioni AI”. Siamo nella specialità “professore in commedia”, che unisce tutto con tutto: Kraus e intelligenza artificiale, barba canuta e capelli corvini, in anteprima alla Biblioteca della Biennale, ospite di Buttafuoco. C’è poco da scherzare. Siamo davvero negli ultimi giorni dell’umanità. Tutto si mescola e si vanifica con tutto. Non sapendo che altro fare e in quale posa comparire, il poseur gioca all’Apocalisse. Ma tranquilli, dice. Non mi faccio male. Non è mai successo.