Cultura
"Vogliamo i censori" •
Gli antifascisti, come i colonnelli di Monicelli ma al contrario
Se hai il nulla osta e ti chiami Bompiani, puoi pure pubblicare, come è accaduto, il Mein Kampf: in questo caso si trattava di conoscenza meditata e consapevole. Con il nulla osta tutti gli autori fascisti e nazisti (del passato) sono autorizzati, perché conoscenza e studio critico. Senza nulla osta è propaganda
17 GIU 26

Foto Ansa
Questa storia del patentino antifascista che i piccoli editori dovrebbero esibire per installare i loro stand in una manifestazione di libri che nel titolo contiene la parola “liberi” (perdonaci, Orwell) sembra il film “Vogliamo i colonnelli”, ma a parti rovesciate. Nel film di Monicelli erano i fascisti con fregole golpiste ad essere crudelmente macchiettizzati, quel corteo di mostri, generali decrepiti con il monocolo, squadristi da operetta, nostalgici in pensione, madame imbalsamate della nobiltà nera, un Tognazzi gigantesco che non voleva che il figlio suonasse con la chitarra canzoni non patriottiche, primo passo per diventare un “invertito” (insomma, a distanza di oltre cinquant’anni, il nerbo della militanza dell’esercito vannacciano). Ora, senza nemmeno un Monicelli ad immortalarlo, è la caricatura dell’antifascista che si fa avanti imperiosamente. Con quell’aria da chierichetto devoto che indica ai superiori il maligno che non si è fatto il segno della croce con le dita intinte nell’acqua santa entrando in chiesa. Con la Costituzione come testo sacro da agitare come un messale, ignorando che in quelle pagine venerate è presente anche un certo articolo 21 che così recita: “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure”. Amen, la Messa è finita, andate in pace.
Ora dicono di essere stati fraintesi, e che hanno bisogno di un “approfondimento” dopo l’intervento della presidente del Consiglio. Ma il grottesco di una posa ridicolmente censoria resta. Per mostrarsi zelanti più del necessario, per rispondere a una forma asfissiante di conformismo di gruppo, per la paura incontenibile di non apparire sufficientemente allineati, disciplinati, illuminati dalla fede, decidono che un editore che si rifiuti di sottoscrivere il giuramento di fedeltà al regime (come nel ’31: non giurarono solo 12 su oltre duemila coraggiosi professori), deve essere messo al bando, che i libri devono esporre il timbro dell’autorità competente, che un tribunale di presunti competenti possa stabilire chi possa parlare e chi no. Che poi non è neanche una battaglia sui contenuti, visto che un fascista patentato come Céline può essere tradotto nella case editrici vidimate, Heidegger non ne parliamo, Carl Schmitt pure con prefazioni sinceramente democratiche, Jünger reinterpretato come sofisticato viaggiatore culturale nella Parigi occupata dai nazisti, tutta gente che in confronto il catalogo dell’editore Passaggio al bosco sembra quasi una birretta analcolica. No, peggio: è una questione di certificati di nascita. Se hai il nulla osta e ti chiami Bompiani, puoi pure pubblicare, come è accaduto, il Mein Kampf: in questo caso, si è sentito dire, si trattava di conoscenza meditata e consapevole. Con il nulla osta tutti gli autori fascisti e nazisti (del passato) sono autorizzati, perché conoscenza e studio critico. Senza nulla osta è propaganda. Sembra di rivivere, ma stavolta in forme farsesche, l’antica discussione einaudiana subito dopo la Liberazione tra Cesare Pavese e Ernesto de Martino nell’avvio della “Collana viola” destinata a pubblicare le opere dei più grandi etnologi e antropologi, che si dava il caso fossero quasi tutti più o meno coinvolti con il fascismo e il nazismo. De Martino voleva che in ogni volume ci fosse una prefazione, testuale, “profilattica”, per prendere le distanze, Pavese, che era uno spirito libero, sosteneva che sarebbe stata una scelta assurda e che il lettore doveva essere libero di leggere e interpretare il testo, senza la mediazione sacerdotale. Ecco, oggi Pavese perderebbe la sua battaglia. I preti esorcisti hanno la meglio. Sono rinchiusi nelle loro parrocchie senza aria e non aprono le finestre, non conoscono la bellezza liberale del conflitto aperto e leale tra le idee diverse. Vogliono il sequel antifascista di “Vogliamo i colonnelli”: “Vogliamo i censori”.