Cultura
Saverio ma giusto •
Soluzioni creative alle difficoltà logistiche della remigrazione
Pur sequestrando tutte le imbarcazioni a disposizione, pedalò compresi, non basterebbero comunque i posti per i rimpatri. L'unico modo è infilare gli immigrati di terza generazione in quelli di seconda e così via, ottenendo dei migranti matrioska più comodi per il trasporto
17 GIU 26

Foto LaPresse
E’ giunto il momento di prendere sul serio questa faccenda della remigrazione: si tratta di una delle più grandi fesserie che la stupidità umana sia stata in grado di partorire (amo l’intelligenza, però devo ammettere che la stupidità è assai più creativa), ma siccome il mondo è in mano ai deficienti ci potete giurare che la remigrazione presto sarà realtà. Tra il dire e il fare però c’è di mezzo il mare, in questo caso letteralmente: all’atto pratico, come li rispedisci tutti dall’altra parte? In primis, tocca passare dallo slogan “Chiudete i porti” ad “Aprite i porti”, ma anche nel senso di inaugurarne di nuovi, perché solo quelli che abbiamo non bastano per far reimbarcare tutte quelle persone, si creerebbero file e disagi peggio che per il traghetto per Ponza ad agosto. Ma soprattutto, fino a che generazione si rispedisce la gente da dove è venuta? Non si può certo fare una remigrazione con effetto retroattivo illimitato: l’Homo Sapiens al quale tutti e tutte noi apparteniamo (anche se molti fra noi non solo non sembrano Sapiens ma nemmeno Habilis, e con la testa curva sul telefono manco Erectus), l’Homo Sapiens dicevo è comparso per la prima volta fra i duecento mila e i trecento mila anni fa nel continente africano, “culla dell’umanità”; ma come facciamo a tornare tutti quanti in Africa, adesso? C’è gente fra noi che fatica a tornare d’estate al paese dei nonni in Calabria, figuriamoci in Kenya per sempre.
Ma soprattutto mettiamoci nei panni dei kenioti o degli etiopi: si vedono arrivare all’improvviso tutti questi cugini di quindicimillesimo grado mai visti né sentiti prima, manco gli auguri a Natale, che vengono trasferiti in modo coatto a casa loro; come minimo, sbufferebbero. Poi, sempre come minimo, ci ributterebbero a mare – remigrazione radicale alla Pantalassa, quando la terra era un unico oceano. Va da sé che il massimo che si può remigrare sono due, toh!, tre generazioni; comunque sia, un sacco di gente. E sempre pragmaticamente parlando, pur sequestrando tutte le imbarcazioni a disposizione, pedalò compresi, anche così non basterebbero i posti. L’unica remigrazione possibile è ancora più radicale, totale, viscerale; in una parola: uterina. Spiego: si prendono le terze generazioni di immigrati, e li si rimandano letteralmente da dove sono venuti, cioè nelle loro madri. Li si acciuffano ovunque si trovino e si rificcano dentro al buco da dove sono usciti – sì, esatto, proprio lì. Ci vorrà un divaricatore bello potente, litri e litri di lubrificante, e almeno un paio di persone che tengono ferma la madre mentre altri due spingono dentro la prole a calci. Non nego che si tratti di un’operazione piuttosto cruda, a tratti brutale; ma del resto, se la rivoluzione non è un pranzo di gala, figuriamoci la remigrazione. Poi si prendono le seconde generazioni così farcite con le terze, e le si ficcano a loro volta dentro alle prime – altri divaricatori, altro lubrificante, altra gente che spinge. Una volta inglobate tre generazioni di migranti in una sola persona (benché ingrassata a dismisura), una sorta di immigrato a matrioska, la remigrazione dovrebbe essere più pratica e gestibile. Avrebbero anche la priorità d’imbarco e sbarco, dato che sarebbero tutte donne incinte. E se poi la cosa così facendo dovesse funzionare, dovremmo iniziare a prendere sul serio anche quanto proponeva Jonathan Swift in merito ai bambini poveri e al decoro urbano...