Il Requiem per Fanny Goldmann e l'amore struggente di Ingeborg

Un romanzo incompiuto parte di un ciclo che Bachmann aveva immaginato sotto il titolo collettivo di “Cause di morte”. Un'incompiutezza che rende l'opera ancora più prezioso, ancora più acuta e straziante

20 GIU 26
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Foto Olycom

Noi due eravamo completamente diversi, tutto era diverso da quello che voi riuscite a capire. E dico “voi” perché mi va di dirlo e perché è vero. Noi ci volevamo bene. Un cosa simile non la capisce proprio nessuno. Volersi bene, bisogna essere capaci di volersi bene, ma non sempre è possibile, in mezzo a tanti ottentotti.
Ingeborg Bachmann, “Requiem per Fanny Goldmann” (Adelphi, 2026, 75 pp.)
 
Questo romanzo incompiuto fa parte di un ciclo di romanzi che Ingeborg Bachmann aveva immaginato sotto il titolo collettivo di “Cause di morte”. La causa di morte per Fanny è un assassinio dell’anima, l’anima pura di Fanny Goldmann che era una donna e un’attrice bella, bellissima, con spalle tanto belle che nel successivo mezzo secolo non se ne vedevano ancora di nemmeno lontanamente paragonabili, e per questo Goldmann non voleva che dormisse la notte accanto a lui con camicie con le maniche lunghe (“tu sei come quei tali che tolgono le federe ai mobili soltanto nei giorni di festa”, le diceva). Fanny non aveva mai fatto del male a una mosca, Fanny rideva soltanto perché la sua risata era argentina, mai maligna, Fanny sapeva comportarsi e quando arrivò a Vienna con un vestitino nero che le aveva confezionato sua zia: aveva venticinque anni. Questa incompiutezza rende il Requiem per Fanny Goldmann ancora più prezioso, ancora più acuto e straziante.
Nella descrizione di una delicatezza che a poco a poco si incrina, nella leggerezza addolorata che si gonfia di brutti pensieri, di umiliazioni appena accennate e di un uomo indegno, molto amato. “Gli uomini, senza far nulla, fanno sempre per noi più di quanto facciamo per loro, e se crediamo che abbiano fatto qualcosa per noi, alla fine pensiamo nel nostro intimo che non abbiano fatto proprio nulla”. Proprio nulla, se non masticare l’anima, e poi sputarla fuori. Quanta precisione nella costruzione di un personaggio, Fanny, che di tanto in tanto, e sempre più spesso, sente “le lische nel cuore”, e beve per non sentirle. Quanta crudeltà nella scena in cui Fanny legge, anzi mastica un’altra volta, il libro che ha scritto quell’uomo meschino e ambizioso che lei ha tanto amato e beneficato. “Masticava ogni singola parola, certe frasi poi le leggeva in fretta perché non le andassero di traverso, poi di nuovo parola per parola. Lui scriveva, e lei leggeva, e le cose sarebbero sempre rimaste così, lei aveva più dei quarant’anni e ormai non leggeva che un unico libro”. Il libro parlava di lei, anzi la derubava, la squartava, la macellava. Il libro di quel porco la assassinava. Cara Fanny Goldmann, carissima Ingeborg Bachmann, nessun requiem vi renderà mai abbastanza onore, ma la bellezza di queste pagine si avvicina a una preghiera.