Cultura
Una giornata particolare •
Il Papa riceve gli scrittori: “Non siamo padroni della verità, è lei a conquistarci”. E scoprirlo è una liberazione
Nell’udienza privata Leone XIV riflette sul valore della letteratura: scrivere significa svelare, ascoltare, immaginare la vita degli altri e aprire spazi di riconciliazione
27 GIU 26

Papa Leone riceve in udienza un gruppo di scrittori in occasione dei cento anni della Libreria Editrice Vaticana (foto Ansa)
L’appuntamento è alle sette del mattino, ma nel corso della giornata scoprirò che tutti hanno avuto come me la paura di arrivare in ritardo e sono in piedi almeno dalle quattro.
Auto, taxi, motorini, treni, voli intercontinentali arrivati il giorno prima: stamattina Papa Leone XIV riceve un gruppo di scrittrici e di scrittori, un’udienza privata in occasione del centenario della Lev, la Libreria editrice vaticana. Io devo solo prendere una bici a noleggio, sono convinta che sarò la prima, ma cambio idea all’ultimo momento perché non posso arrivare scarmigliata dal Papa (arriverò scarmigliata comunque) e cerco un taxi – tanto sono solo le sei – ma l’app del taxi non riconosce l’indirizzo di destinazione, forse perché Città del Vaticano è in un altro stato, mi chiedo facendo congetture nevrotiche, quindi scrivo un indirizzo falso (bugiarda proprio stamattina), mi lamento con il tassista, arrivo comunque con quindici minuti di anticipo alla Porta del Perugino e mi calmo: l’estrema puntualità è la strada verso la beatitudine.
Elizabeth Strout è già lì da chissà quanto, per niente scarmigliata, alta, bionda, per me sempre alle prese nella testa con Olive Kitteridge o Lucy Barton, foulard al collo cascasse il mondo, e conversa con il marito, alto anche lui, ridono, lui la guarda adorante, si vogliono bene, non sono stanchi. Sono certa, dalle loro facce distese e appropriate, che abbiano fatto una colazione americana. Io no. Ho solo appoggiato le labbra su una tazzina di caffè rovente ma ho temuto che quei secondi fossero fatali e mi sono precipitata giù per le scale. Arriva Jonathan Safran Foer, ha portato per il Papa una kippah dei Knicks e la mostra fiero a tutti, arancione e blu dentro una scatola bianca. Colum McCann, con un berretto irlandese, il premio Nobel Jon Fosse, la grandissima Marilynne Robinson, Mircea Cartarescu che è forse il più simpatico di tutti: sono sempre stupito quando qualcuno mi riconosce, mi dice serissimo. Sono solo i primi ad arrivare. Non fa ancora troppo caldo, ma siamo tutti molto vestiti, niente abbigliamento da spiaggia, ci hanno chiesto con estrema gentilezza di non essere imbarazzanti. Formal dress, infatti gli uomini hanno la cravatta, è una di quelle occasioni in cui non importa se sei uno scrittore: dovevi vestirti meglio.
Lila Azam Zanganeh, scrittrice di origine iraniana, francese che da un anno vive a Roma, conosce tutti e adora fare le presentazioni, grazie a lei e a Igiaba Scego evitiamo il disagio del gruppo italiani con italiani (ma a pranzo non resisteremo a un tavolo di soli italiani con cui parlare di carboidrati, grassi saturi e pettegolezzi. Anche di libri). Entriamo, ci controllano ma molto gentilmente, arriviamo nella stanza in cui si svolgerà l’udienza, ci sediamo, siamo così intimiditi che non fiatiamo per mezz’ora. Cinquanta persone che non fanno rumore. Nessuno dice di avere sete, nessuno chiede di andare in bagno. Qualcuno dorme ma compostissimo. Quando ci viene annunciato che dovremo aspettare ancora un po’, il mio vicino di sedia, Assaf Gavron, scrittore israeliano di cui ho letto La collina anche se non oso dirglielo, tira fuori il telefono e fa una partita a Wordle, in ebraico. Riconosco il gioco e per fare amicizia faccio una partita anch’io, in italiano. Vinco, nel senso che indovino la parola in meno tentativi di Gavron, ma comincio a sentire questo insistente bisogno di caffè che mi sembra inappropriato esprimere, non mentre si aspetta il Papa. Lo dico solo a Vittorio Lingiardi, che per mestiere non si può scandalizzare, infatti non si scandalizza e gli sono riconoscente.
Quando però entra il Papa, tutta la solennità è intatta, e anche l’emozione. Sorride, benedice, parla di che cos’è scrivere. Legge in inglese il suo bellissimo discorso.
“Scrivere – nel modo in cui voi lo fate – è un atto di verità, di svelamento. Scrivere dice chi siamo, quello in cui crediamo e speriamo, il mondo cui tendiamo, il futuro che sogniamo. In questa tensione al vero sentiamo come la verità sia discreta, si offra a noi nel dialogo interiore con Dio e nel dialogo aperto e rispettoso con il prossimo. ‘La verità non è un territorio da difendere, ma un bene da condividere’. Non siamo mai padroni della verità, è lei semmai a ‘conquistarci’. Per questo vi auguro di essere capaci di suscitare attrazione per la verità, perché voi stessi ne siete attratti”.
“Scrivere, inoltre, è un gesto di umanità. ‘Sono un essere umano e nulla di ciò ch’è umano lo stimo a me estraneo’, diceva Terenzio”.
Scrivere è un gesto d’umanità, un’espressione di umanità, un atto umano, scrivere, dice il Papa, “è la palestra di umanità” che gli scrittori e le scrittrici fanno sperimentare ai lettori, perché chi legge vive tante vite oltre alla propria. E deve attivare (chi scrive, ma anche chi legge) il potere empatico dell’immaginazione, che è “il veicolo fondamentale per quella capacità di identificazione con il punto di vista, la condizione, il sentire altrui, senza la quale non si dà solidarietà, condivisione, compassione, misericordia”. Guardo Elizabeth Strout, seduta in prima fila, penso che queste parole riguardano tutti i suoi libri, i suoi personaggi. Riguardano tutti questi scrittori e scrittrici, riguardano Apeirogon di Colum McCann, La ragazza sul divano di Jon Fosse, Gilead di Marilynne Robinson, Molto forte, incredibilmente vicino di Jonathan Safran Foer. Che privilegio essere qui, nella stanza, mentre il Papa dice che tutti questi libri, questa immaginazione, questa solitudine che serve per scrivere, ci aiutano a scoprire “le diversità di vedute, a non assolutizzare la propria e a comporre, come in un mosaico, il profilo di quella verità che sempre ci supera”. La verità sempre ci supera, sempre. Tutte le persone in questa stanza lo sanno, lo inseguono, si tormentano, si esaltano, dedicano la vita al disvelamento di questa verità. E’ una liberazione sentire che è al massimo la verità a conquistarci, mai il contrario.
“Infine, scrivere ha a che fare con Dio. Può sembrare azzardato dire questo, ma diversi teologi hanno riflettuto e scritto sulla consonanza tra la forma dello scrivere e la rivelazione del Dio biblico. E’ la struttura stessa della Rivelazione ad autorizzarci in questo: ‘Per i cristiani – ha scritto il Cardinale Radcliffe – nulla di ciò che è umano è estraneo a Cristo’. Ogni tentativo di venire a capo degli interrogativi fondamentali della nostra vita – in quale modo amare, essere giusti, essere liberi, affrontare la sofferenza e la morte – ci aiuta a comprendere Cristo, colui che è il più umano di tutti’”.
Cristo, il più umano di tutti! Quando andiamo (tutti) al fondo della nostra umanità, e certo uno scrittore ha questo pensiero fisso, non sempre condivisibile con gli altri, non sempre comprensibile, soprattutto non edificante, perché il fondo dell’umanità è fatto anche di tutto quello che non sarà mai edificante, allora è in quel punto, così basso, così alto, così preciso, così spaventoso, “che Dio si rivela”. Anche se non ci hai mai creduto, anche se sei in dubbio, anche se ti senti da tutt’altra parte, l’atto di scrivere e riscrivere, di andare in profondità, di restare in silenzio, di non riuscire a fare altro che pensare a quella frase, allora è così: riguarda Dio. Non ha a che fare con il risultato, ma con la ricerca, con il tentativo. Guardo queste persone nella stanza: il loro tentativo è riuscito, ma non si sentono arrivati, continuano a cercare. Ad ascoltare.
“Per questo ripeto a voi, scrittori e scrittrici, ciò che San Paolo VI disse a tutti gli artisti: Abbiamo bisogno di voi, della vostra immaginazione, della vostra fantasia narrativa, della vostra vivacità di pensiero. Ne abbiamo bisogno per creare spazi di libertà e di autenticità, dentro i quali la grazia divina possa far risuonare una promessa di consolazione e di pace. Vi ringrazio per ogni volta in cui avete sparso semi di riconciliazione, di incontro, di amicizia”.
Papa Leone XIV ringrazia e benedice tutte le scrittrici e gli scrittori, poi ci accoglie uno alla volta, stringe la mano, sorride alla kippah dei Knicks di Safran Foer, lascia che gli diciamo qualche parola. Che tutti terremo segreta gli uni con gli altri.
E’ il momento di uscire, il Papa ha l’udienza generale, e a noi viene permesso di visitare la basilica di San Pietro mentre è chiusa al pubblico, mentre la Pietà di Michelangelo ci guarda ed è come se si muovesse. Adesso che osiamo di nuovo provare questo desiderio di caffè, di acqua, di chiacchierare e di arrivare in ritardo a tutti gli altri appuntamenti, che ci unirà fino alla fine della giornata. Ma uscendo da una porticina interna, nessuno di noi, di nessuna nazionalità, può resistere: fotografiamo la Papamobile, bianca e rossa, parcheggiata in attesa. Il Papa ha una passione per la guida, amava molto guidare l’auto, aveva un’auto a Villanova, vicino a Filadelfia, dove si è laureato in Matematica nell’ateneo agostiniano (negli anni Settanta). E da Villanova andava in auto a Chicago, millequattrocentosettanta chilometri, i suoi amici raccontano che in quelle ore pensava, rifletteva, e se c’erano persone in auto con lui, parlava. Parlava molto, parlava con gioia e a lungo. Gli mancherà guidare. Mi chiedo se gli permetteranno, qualche volta, magari di notte, di guidare almeno la Papamobile. Spero di sì. E spero in questa verità che ci conquista.
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Annalena Benini, nata a Ferrara nel 1975, vive a Roma. Giornalista e scrittrice, è al Foglio dal 2001 e scrive di cultura, persone, storie. Dirige Review, la rivista mensile del Foglio. La rubrica di libri Lettere rubate esce ogni sabato, l’inserto Il Figlio esce ogni venerdì ed è anche un podcast. Ha scritto e condotto il programma tivù “Romanzo italiano” per Rai3. Il suo ultimo libro è “I racconti delle donne”. E’ sposata e ha due figli.
