Lo “scandalo” della libertà, il pericolo paradossale del mondo liberale

Abbiamo dei desideri (suscitati o ci “proposti”) e spesso ci vengono forniti i mezzi per poterli soddisfare. Che, in fin dei conti, è l’obiettivo di buona parte della politica contemporanea e così pure di buona parte del sistema di mercato. Il senso di essere "liberi"

27 GIU 26
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Foto Olycom

Quando parliamo senza fanatismi del nostro tempo, non possiamo non vedere che sia l’epoca più libera della storia. Ma subito viene da porsi la domanda: in che senso “libera”? La cosa per un verso dovrebbe essere evidente. Mai tanti diritti, mai tante garanzie, mai tanta certezza di poter fare sostanzialmente ciò che si vuole con la propria vita. Eppure già qui iniziano a sorgere i primi dubbi. E’ davvero così? Oppure siamo liberi di fare sostanzialmente solo ciò che è permesso all’interno di uno schema di sostanziale ordinarietà, in un orizzonte in cui siamo sempre più controllati? Sembra essere questo, del resto, “l’ideale cinese” (per ricordare il sottotitolo di uno splendido e profetico libro di Geminello Alvi) che tanti in occidente scalpitano per abbracciare – ovviamente sempre animati dalle migliori intenzioni! Lasciamo, però, per un attimo da parte tale questione. E vediamo un altro aspetto di questa epoca per capire se possiamo definirla la più libera che ci sia stata nella storia.
La stragrande maggioranza delle persone, quella che un tempo si sarebbe definita “la massa”, ha raggiunto davvero una possibilità di “libertà” molto maggiore di ogni epoca precedente, se per libertà intendiamo la possibilità di soddisfacimento dei propri desideri personali (e per questo non ci sembra più una “massa”). Abbiamo dei desideri, o ci vengono suscitati desideri, o ci vengono “proposti” desideri, che noi poi scegliamo in base ai nostri gusti personali, e spesso ci vengono forniti i mezzi per poterli soddisfare. Facilitare la soddisfazione di questi desideri è, in fin dei conti, l’obiettivo di buona parte della politica contemporanea e così pure di buona parte del sistema di mercato.
Tutto ciò è sicuramente un frutto dello sviluppo delle liberal-democrazie capitaliste, che liberano i desideri individuali e ne permettono un crescente soddisfacimento all’interno di uno schema il cui limite è unicamente ciò che è legale. In tal senso, libertà va intesa come possibilità di appagamento plurimo dei propri plurimi desideri, per poi passare ad altri desideri. Ciò ha comportato sicuramente un rafforzamento delle individualità che sono state valorizzate nella loro specifica unicità, portando anche a un livello superiore la valorizzazione di ciascuno come persona. Se questo non ha avvicinato maggiormente le singole “anime” a Dio, ossia a una qualche forma di salvezza, ha però sicuramente garantito maggiori opportunità di soddisfacimento di sé. La felicità, invece, è un’altra cosa, e non ha nulla a che fare con quello di cui stiamo parlando. Essa, infatti, in fin dei conti, non è altro che una forma di “grazia” da cui ciascuno può essere sorpreso non si sa come, non si sa dove, non si sa quando.
Tuttavia, tornando alla libertà, possiamo dire che se la intendiamo come possibilità di soddisfacimento dei propri desideri, essa non è mai stata così diffusa. Anzi, non è mai stata così popolare, ossia disponibile al maggior numero, e a un numero che appare sempre crescente. Eppure, allo stesso modo, tale idea di libertà come mero soddisfacimento dei desideri appare un po’ una povera cosa. Difatti, questo meccanismo di desiderio-soddisfazione che sta alla base di tale idea di libertà è un po’ svilente perché ci rende tutti sostanzialmente uguali, o meglio, indifferenziati: muta il desiderio in oggetto e il modo di soddisfarlo, ma il meccanismo è il medesimo, infatti si finisce per desiderare sostanzialmente la stessa cosa, ossia il soddisfacimento del desiderio. Un ricircolo infinito di desiderio e soddisfazione.
Tutto ciò sembra decisamente annacquare quello che, forse, la libertà è più propriamente: autonomia, ossia auto-nomia, capacità di dare legge a se stesso. In questa autonomia sta, infatti, lo “scandalo” della libertà, la sua potenza corrosiva e dissolvente di ogni ordine che, comprensibilmente e inevitabilmente, ogni forma di potere ha provato a domare. La libertà, e qui sta la sua duplicità, non è solo il nucleo motore della stragrande maggioranza delle proposte politiche ma, allo stesso tempo, nessuna proposta politica può reggersi, e qui sta il paradosso, se non limitando la libertà. Se non impedendo, cioè, in qualche modo più o meno dolce, la possibilità della libertà come autonomia. Non è forse questa perdita di forza dello “scandalo” della libertà il paradossale pericolo che siede al centro dei nostri pur eccezionali sistemi liberal-democratici-capitalisti? E non è forse questo il vulnus profondo di questo sistema che ci porta a interrogarci su quale sia il “fine” di un tale sistema, di un tale circolo della libertà come desiderio-soddisfacimento, se viene meno la possibilità della libertà come autonomia? Se uno stato, o un macro-sistema organizzativo, si dimostrasse il massimo dell’efficienza (“l’ideale cinese”) nella capacità di soddisfare il circolo desiderio-soddisfacimento, a cosa servirebbe più la libertà come autonomia?