Con Alex Ross va in pensione un'intera idea di critica musicale

A 56 anni il saggista americano si congeda dal New Yorker, dove scriveva da trenta. Elogio di una pratica giornalistica in via di estinzione, mentre giornali, blog e piattaforme cambiano il modo di raccontare e giudicare la musica: meno analisi, più pagelline

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Alex Ross (GettyImages)

Pianto e stridore di denti. Il più importante critico musicale del mondo, Alex Ross, si autopensiona ad appena 56 anni dal New Yorker, dove scriveva da trenta. L’ha comunicato lui con un post sul suo blog, spiegando che “sebbene la scena musicale mi entusiasmi più che mai, non vorrei abusare dell’ospitalità. Inoltre, il lavoro richiede molti viaggi e, in questa fase della mia vita, preferirei restare più vicino a casa”: in effetti, Ross vive a Los Angeles ma scriveva per un giornale newyorchese. Insomma, Ross si è stufato e si congeda ringraziando tutti con un “may the noise be with you”, che il rumore sia con voi, allusione al suo libro più celebre, Il resto è rumore. Ascoltando il XX secolo, il saggio musicale più bello degli ultimi vent’anni. Ma Ross ha scritto anche Wagnerismi – sempre Bompiani – un agile studio di 1.173 pagine su quel che Wagner ha influenzato: in pratica, tutto. Ross assicura che continuerà a scrivere di “letteratura, filosofia, storie di esiliati, storie californiane, paesaggi antichi e nuove regioni”, boh; di musica, meno, ed è un gran peccato. Quella superportinaia della musica classica che è Norman Lebrecht, pettegolo ma informatissimo, spiega sul suo blog che Ross “è l’unico critico statunitense ad avere una notorietà che va oltre il proprio ambito specialistico”, verissimo (e si potrebbe pure togliere lo “statunitense”), e che con ogni probabilità non verrà rimpiazzato. “Alex Ross era l’ultimo della sua stirpe. Sic transit”.
Per la critica musicale, un altro brutto colpo. Si continua ad ammazzare una professione morta. Si salva, magari, qualche giornale tedesco o germanofono. Ma negli altri paesi la situazione è grave; in Italia, disperata. A parte poche eccezioni tipo il giornale che tenete in mano, la critica (per la verità non solo quella musicale) è ridotta a pezzulli, boxini, trafiletti, aforismi, tutto un prêt-à-penser in venti righe, massimo venticinque. Il fenomeno pare inarrestabile e curiosamente, per i diretti interessati, anche incomprensibile. Più che evocare la miseria dei tempi e l’attentato alla cultura, identificata evidentemente con loro stessi, i critici non vanno, e mai che si domandino se, per caso, l’estinzione non sia anche colpa loro. Il bravo critico, come nota Lebrecht, è quello che si fa leggere anche da chi non è direttamente interessato a quello che scrive, e dunque non si limita alla pagellina ma si chiede cosa l’ennesima Traviata racconti della nostra contemporaneità e di quello che siamo. Forse più croccante, e di certo per più lettori, che stabilire se il mi bemolle del soprano di quest’anno sia più o meno bello di quello del soprano dell’anno scorso. In Italia ci sono poi due circostanze aggravanti. La prima è che quasi tutta la musica “colta” che si ascolta è musica del passato, sicché il critico ha rare occasioni di valutare una creazione invece di un’esecuzione. La seconda, che in questo paese forsennatamente immobile è ormai passata l’idea che il bello coincida con il noto, il “giusto” con quello che si è sempre fatto, come se la musica, e figuriamoci il teatro musicale, fossero sottratti alle contingenze e influenze del tempo e della storia, che ne sarebbero appunto l’aspetto più stimolante. Così i critici musicali, almeno quelli dei giornali, si dividono fra panda in estinzione e dinosauri estinti, mentre proliferano quelli fai-da-te dei blog e dei social, che peraltro non sono sempre da rigettare in blocco. Finiremo tutti a mettere pollici alzati o abbassati su Facebook. Funzionava per i gladiatori; meno, temo, per Mozart. Nel frattempo, però, ci siamo giocati anche Ross.