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"L'Ussaro sul tetto", il romanzo di Jean Giono sul caldo omicida
Un vaccino contro tutte le sciocchezze che si dicono sul gran caldo. Una doppia verità risalta: che viviamo in tempi di formidabile elasticità di pensiero e che le autorità non lasciano passare un istante prima di mettere in atto contromisure
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Foto Getty
Il romanzo è del 1951, lo comprai nel 1998, in un’edizione economica che lessi subito. Ricordo bene di aver pensato di Jean Giono, l’autore de L’Ussaro sul tetto, alla fine del primo capitolo, in certo senso il più inatteso: esagerato. Ma sì, esagerato. Trenta pagine, tante quante sono quelle del primo capitolo, trenta pagine fitte, lunghe, non una di meno, passate a raccontare e descrivere di una calura infernale e omicida: una calura che ammazza, che stravolge la vita d’intorno di uomini e bestie, la abbrutisce, la violenta, che scarnifica il paesaggio, ne fa un presepe immoto, imbiancato di calce, fermo e arroventato. Ambientato in Provenza nel 1831, racconta le vicende dell’ufficiale ussaro Angelo Pardi, in fuga per avere ucciso, in Piemonte, una spia austriaca. Mi torna in mente, a distanza di quasi trent’anni, non per la vicenda, che pure è una grande vicenda da romanzo che si dipana per un mezzo migliaio di pagine scritte in una lingua pastosa e immaginifica che Pietro Citati apprezzava al punto da fargli dire che “Giono offre tutti i piaceri possibili del romanzo”. No, non per questo, non per quella trama avventurosa, per la storia d’amore che l’attraversa, per quelle trenta pagine del primo capitolo che mi avevano fatto dire dell’autore: esagerato. Un caldo così, ma via, quando mai. Eppure capivo benissimo, pur senza aver fatto alcuna ricerca – né ho provveduto a farne prima di scrivere questo pezzo, tanto sono sicuro – che se Giono aveva ambientato il romanzo nella Provenza dell’estate del 1831 una ragione doveva ben averla, e non poteva che essere quella della corrispondenza alla realtà. Capivo benissimo che doveva essersi documentato, e averlo fatto in modo approfondito. Non si inventano scenari a tal punto foschi e drammatici che si aprono sulle vicende umane in una stagione e soprattutto in un anno preciso come si trattasse di una coppia di dadi da lanciare dopo averli fatti cozzare ripetutamente l’uno contro l’altro nel bussolotto, affidandosi alla sorte: toh, il 1831, l’estate del 1831 in Provenza – perché no? E da lì, sulla scia di quell’invenzione primaria, via continuando con le invenzioni pagina dopo pagina. No, tutto è invenzione, nel romanzo, certo; ma non lo scenario. Quello è la sola pura verità delle cinquecento pagine fitte de L’Ussaro sul tetto.
Il giudizio sull’autore delle prime trenta pagine, quell’esagerato, vacillò in me la prima volta nell’estate del 2003. Fu un’estate di caldo eccezionale, in Italia, quella del 2003. Segnata anche, in questa eccezionalità, da un picco di mortalità di cui molto si discusse. La prima vera discussione sul cambiamento climatico – tuttavia, allora, ancora difficile da credersi o, per meglio dire, da afferrare nella sua sostanza (come in parte permane ancora oggi, del resto). La seconda volta fu dal sottoscritto infine accantonato alla luce accecante del sole dell’estate di questi ultimi anni.
Per chi le abbia lette, quelle trenta pagine rimangono a ricordarci che se ci appaiono terribili le estati di questi ultimi anni, beh, ce ne sono state di ben più terribili, in giro, e ben prima che spuntasse all’orizzonte anche soltanto l’idea del cambiamento climatico. Oltretutto, e vorrei davvero che si incollasse l’occhio a una lente di ingrandimento per poter dilatare come si conviene questo particolare così da non lasciarsene sfuggire neppure un dettaglio, oltretutto, dicevo, le nostre estati terribili degli ultimi anni non hanno lasciato sul terreno alcuna traccia di sé nella mortalità. Anzi. 2025: estate torrida, la più calda di sempre – almeno fino al 2025. Ed ecco, fatto uguale a 100 il numero medio dei morti giornalieri dell’anno, i dati dei mesi dell’estate 2025: giugno, numero medio dei morti giornalieri 94,2; luglio 92,1; agosto 92,6. I numeri medi giornalieri dei morti sono, con settembre, più bassi di tutti gli altri mesi. Capisco, sembra incredibile, un trucchetto statistico, magari. Non lo è: si tratta di indicatori ricavati da inoppugnabili dati Istat. Ma come? E allora tutti i discorsi sul caldo intollerabile? Sui gravi pericoli per la salute, gli ospedali pieni, i pronto soccorso che scoppiano? I morti per il gran caldo di cui ci informano i telegiornali serali? Non che si tratti di discorsi campati per aria, no, ma sta di fatto che, come minimo, e dico come minimo, i dati – e i dati sui morti sono quelli, in linea con la morte, più definitivi – suggeriscono che abbiamo imparato a fronteggiare anche il gran caldo.
Per chi le abbia lette, quelle trenta pagine rimangono a ricordarci che se ci appaiono terribili le estati di questi ultimi anni, beh, ce ne sono state di ben più terribili, in giro, e ben prima che spuntasse all’orizzonte anche soltanto l’idea del cambiamento climatico
Ed eccoci di nuovo ad Angelo Pardi, lui, l’Ussaro sul tetto. Che nell’epico, drammatico e a tratti surreale primo capitolo attraversa un caldo omicida che colpisce popolazioni che, diversamente da noi oggi, e per quanto non ci andasse leggero in quel tempo e in quei posti, al gran caldo le misure non le avevano prese anche perché, e anzi soprattutto perché, coi mezzi di allora era forse impossibile prenderle. Non, senz’altro, al caldo della “terribile estate” del 1831 che ha fatto sparire anche “le lucertole che amano quelle giornate di gesso e di fuoco”, che ha ridotto il cielo “a gesso, di una bianchezza assoluta” e i “bastioni di Avignone come un torace di bove sbianchito dalle formiche”; che ha lasciato le foreste “liquefarsi come blocchi di lardo” e le “querce riarse, castagni calcinati, cipressi nelle fronde dei quali luceva l’olio di lampade funebri (…)” mentre “tutto il cielo abbagliava, l’oriente abbagliava” e il “sole colmava sempre fino all’orlo la strada di gesso puro” e “il riverbero delle facciate su cui batteva era così intenso che, dalla parte opposta, l’ombra abbagliava. Le forme s’alteravano in un’aria vischiosa come sciroppo”.
“Non c’era mai stata, nelle colline, una simile estate”. Lo stesso che si dice oggi. Perché c’è sempre un ricorso, anche più di un ricorso, nella storia. “Nella stazione d’Orange, i viaggiatori di un treno in arrivo da Lione picchiarono con tutte le loro forze sullo sportello del loro scompartimento perché qualcuno venisse ad aprire. Morivano di sete; molti avevano vomitato e si torcevano dalle coliche. Il macchinista venne agli sportelli con la chiave, ma dopo averne aperti due non poté aprire il terzo e si allontanò per andare ad appoggiare la fronte ad una balaustra contro la quale infine stramazzò”. Non si sente forse l’eco di un ricorso anche in episodi come questo? Altro che Frecciarossa, qui, su questo treno del 1831, rischiano di morire ammazzati tutti i passeggeri che erano saliti. Mai un’estate simile. Omicida. “Una ragazza di vent’anni si lordò all’improvviso, in piedi, vicino alla fontana dove stava bevendo; aveva cercato di correre verso la sua casa che si trovava a due passi, ma era caduta come un masso sulla soglia”.
Non si sente forse l’eco di un ricorso anche in episodi come questo? Altro che Frecciarossa, qui, su questo treno del 1831, rischiano di morire ammazzati tutti i passeggeri che erano saliti. Mai un’estate simile. Omicida
E mentre “Angelo seguiva vette incandescenti, passava ai margini dei boschi di castagni e di querce che esalavano lingue di fuoco” in sella al cavallo, inciucchito non meno di lui, per evitare borghi e cittadine dove poteva incontrare i gendarmi, negli abitati il caldo incombe come in un film pulp. “Una sguattera”, mandata dalla marchesa a comprare dei meloni, “si era sentita improvvisamente molto male. E adesso la sguattera era morta; si pensava che fosse un attacco d’apoplessia, perché aveva il viso nero”. La si guardava “struggersi a vista d’occhio, inondando il letto dove l’avevano deposta con tutti i suoi abiti addosso”, di più non si poteva fare. “La giovane signora [la marchesa] asperse il cadavere con l’acqua santa e disse al parroco. “Ho l’impressione che sia colpa mia, ho mandato quella donna a comprarmi dei meloni nel colmo del caldo. Ha dovuto prendere un colpo di sole su quegli scaloni di pietra, che mandavano un riverbero mortale. Sono responsabile della sua morte, signor parroco”. “Non credo”, rispose il parroco. “Su questo punto posso rassicurare la signora, salvo spaventarla da un altro lato (...) Altre tre persone sono morte nel pomeriggio e allo stesso modo””.
Meloni, sono i meloni, di cui “c’era un’enorme quantità nelle città e nelle borgate di tutta la valle” il rimedio che tutti cercano, su cui tutti si avventano per placare la sete, per respingere un’arsura che rende impossibile anche la sola idea di mangiare qualcosa. “Pane, carne, facevano nausea solo a pensarci. Si mangiava melone”. Meloni che viaggiano incessantemente su carretti che dai campi attraversano carichi città e borghi, assaltati e subito svuotati. Ma il melone poteva essere malefico a sua volta, scatenare diarree e con esse disseccare i corpi invece di idratarli. Una lotta impari, anche per paura e insipienza delle autorità. “Intanto a Carpentras, il medico ebreo, decisa in quattro e quattr’otto l’inumazione immediata di tre cadaveri trovati sulla soglia della sinagoga, rientrava in casa. Aveva terrorizzato il sindaco” perché prendesse misure immediate. Ma secondo le autorità “L’importante era di non propalare niente prima di essere sicuri. Motivo: non bisogna mai spaventare una popolazione”. “Accadde così, fin dai primi giorni, che molti malati passarono inosservati. Non ci si occupava di loro che quando non avevano la forza d’arrivare a casa e cadevano in strada. E anche in quei casi non sempre. Se cadevano sul ventre si poteva pensare che dormissero. Soltanto se, rotolando a terra, finivano per restare supini, i passanti vedevano i loro visi neri e si preoccupavano. E perfino in questi casi, non sempre, perché quel caldo e quei sogni di bere rafforzavano l’egoismo”. Si muore, e quel che è peggio si muore senza che si possa fare molto e mentre anche quel poco che potrebbe essere fatto non viene fatto per non creare un allarme che, pure, è sotto gli occhi di tutti già dai primissimi giorni di quel caldo impossibile che cambia i connotati del mondo e delle persone, rafforzando l’egoismo piuttosto che elevare l’altruismo a protezione contro il caldo feroce e strumento per combatterlo. E anche a quest’ultimo proposito, pensavamo forse di essere solo noi uomini moderni a non esagerare con l’altruismo, a farci scudo, non sempre ma qualche volta, dell’egoismo quando il pericolo bussa alla porta?
Si muore, e quel che è peggio si muore senza che si possa fare molto e mentre anche quel poco che potrebbe essere fatto non viene fatto per non creare un allarme che, pure, è sotto gli occhi di tutti già dai primissimi giorni di quel caldo impossibile
No, davvero, si legga il primo capitolo dell’Ussaro sul tetto (ma ovviamente, molto meglio leggerlo tutto) per capire quanto e come i pianti sull’oggi, la cattiveria dell’oggi, la bruttezza dell’oggi, la pericolosità dell’oggi siano poco meno che insensati. Leggere quel primo capitolo equivale a vaccinarsi contro tutte le sciocchezze che si dicono e si leggono sul gran caldo. Perché c’è una doppia verità che risalta, nel confronto con la realtà descritta da Giono per la Provenza del 1831 travolta da un’ondata eccezionale di caldo torrido e omicida, una doppia verità del resto perfettamente – e per molti suppongo anche impensabilmente – riflessa nelle e testimoniata dalle statistiche della mortalità che abbiamo visto. La prima: viviamo in tempi di formidabile elasticità di pensiero e operativa. Durante il covid ci siamo inventati il lavoro da remoto, e insomma da casa, via internet. Il covid ha aperto la strada. Col grande caldo canicolare che non rappresenta più un’eccezione torneremo a battere sull’organizzazione del lavoro, sedi orari e modalità; sui ritmi, gli spazi e i percorsi delle città; sull’articolazione dei servizi sanitari, a cominciare da quelli di pronto intervento, perché meglio aderiscano ai bisogni del territorio e delle situazioni straordinarie.
Col grande caldo canicolare che non rappresenta più un’eccezione torneremo a battere sull’organizzazione del lavoro, sedi orari e modalità; sui ritmi, gli spazi e i percorsi delle città; sull’articolazione dei servizi sanitari, a cominciare da quelli di pronto intervento
La seconda: oggi le autorità, di tutti i livelli e di tutti gli ordini, che possono esercitare un ruolo nel fermare la diffusione di un’epidemia come di un’ondata di calore prolungata e rovente, non lasciano passare un solo istante prima di cominciare a studiare e mettere in atto le contromisure ritenute più efficaci. Là, nell’Ussaro sul tetto, c’è il dottore Reynant, ispettore medico, che bussa inutilmente alla porta dei superiori e delle autorità civili che reagiscono: in fondo che cosa abbiamo di certo? Sappiamo forse di cosa davvero si muore? E dunque, perché generare il terrore quando c’è così tanta nebbia che ancora deve alzarsi prima che possiamo fare qualcosa di utile? Atteggiamenti di questo tipo, attendisti o perfino peggio, non sono oggi neppure lontanamente concepibili. Ma questo autentico orrore dell’attesa da parte delle autorità di fronte agli eventi calamitosi d’ogni tipo e dimensione ha un effetto sul quale abbiamo qualche riserva mentale a riflettere serenamente: viviamo in società, come la nostra, come la società italiana, in cui si può contare sulle autorità, sulle autorità pubbliche che non infrequentemente operano in stretto contatto con enti e organizzazioni private, al punto da non ammettere né che possano fare ritardi né che possano commettere errori nel loro operato. Si ha un bel dire che si può sbagliare, che errare è umano. Alle autorità pubbliche non è concesso. Devono solo fare il meglio, meno del meglio equivale ormai a un diritto negato a chi di quel meglio ha bisogno. Abbiamo allevato, con l’interventismo, e proprio con l’interventismo adeguato ed efficace rispetto alle calamità e alle tragedie cui fare fronte, una pubblica opinione fondamentalmente giustizialista. Perché il male delle calamità e delle tragedie, per non essere contemplato, ha bisogno di un capro espiatorio. Lo vediamo; rischiamo di vederlo ogni volta che succede qualcosa di grave che ci peritiamo di imputare alla malasorte anche quand’altro non è che malasorte. Ecco, questo è un rischio che non correvano le autorità della Provenza nel caldo omicida del 1831.