Perché siamo ancora oggi alle prese con la frantumazione del sistema hegeliano

E poi vennero Nietzsche e Marx. Il gran libro di Karl Löwith che getta luce sull’ossessione politica di ogni totalitarismo: l’idea dell’“uomo nuovo”

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C’è un famoso libro uscito all’inizio degli anni Quaranta del Novecento, che ancora oggi costituisce una delle guide fondamentali al grande pensiero di matrice tedesca dell’Ottocento. Il libro si intitola Da Hegel a Nietzsche, l’autore è Karl Löwith, ebreo tedesco, che lo scrisse lontano dalla sua Germania, ormai preda del nazismo, proprio nel momento più cupo in cui le bandiere con la croce uncinata stavano spadroneggiando sull’intera Europa. In quel momento, questo importante allievo di Heidegger, che, pur senza mai rinnegarne la straordinaria creatività filosofica, ovviamente si allontanò dal maestro troppo vicino al fuoco nazi, avvertì il bisogno di ripiegarsi sulla storia del pensiero del suo paese, per darne conto in un testo che ancora oggi rimane insuperato.
Il libro appare come un tentativo di spiegare come fosse possibile che da quella che forse è stata la tradizione filosofica più decisiva della modernità, l’idealismo, basata sull’istanza di una radicale libertà umana, fosse potuta germogliare una nazione come la Germania hitleriana. Di tutto ciò, ovviamente, non si fa cenno nel libro. Esso ha, infatti, i caratteri di un impeccabile trattato di storia della filosofia, scritto da un pensatore che vive in presa diretta il dramma del momento e che pure non cede ai comprensibili languori della quotidianità, ma che si sforza di vedere le linee di pensiero che hanno portato fino a quel punto. Löwith tenta di capire, attraverso una storia del pensiero, come fosse stato possibile per quello stesso pensiero, ossia per ciò che vi è di più umano, arrivare a concepire una realtà come quella che si stava dipanando dinanzi ai suoi occhi.
Sebbene sia impossibile dare conto di un libro tanto importante in queste poche righe, oltre a riconoscere il rigore della ricostruzione storico-filosofica, vi è un passaggio dell’opera che getta luce sull’ossessione politica di ogni totalitarismo: l’idea dell’“uomo nuovo”.
Il libro è tutto un fare i conti con il Moloch della modernità: Hegel. In Hegel tutta una tradizione termina e da lui una nuova tradizione sembra ripartire. Una tradizione che, però, si distrugge sostanzialmente con la morte del filosofo che aveva cercato di porre nel suo sistema filosofico l’intera “ragione” del mondo. Con la sua morte il sistema si disgrega, ma non va perduto, anzi! Si moltiplica nella frammentazione del mondo che troverà nella grande letteratura di inizio Novecento la sua esplicitazione più potente.
Il tentativo di Hegel è stato quello di immanentizzare il logos divino, di rendere soggetto la sostanza, ossia di cercare di dire agli uomini che l’Assoluto non è posto al di fuori della nostra storia. Ma che coincide con la nostra storia e che, anzi, è continuamente all’opera, in formazione, attraverso la nostra stessa esistenza. Insomma, sebbene si ritenga che colui che ha dichiarato la morte di Dio sia stato Nietzsche, in realtà era stato quasi cento anni prima, sebbene in maniera profondamente diversa e ben più teologico-speculativa, Hegel, a partire dallo scritto giovanile Fede e sapere. In Hegel la morte di Dio non preannuncia il nichilismo ma la libertà assoluta dell’uomo, che però è tutta da determinare, tutta da costruire. Non è un momento di pura liberazione, non è un annullamento e una trasformazione di tutti i valori, come sarà per Nietzsche, ma un momento massimo di lutto da cui procedere verso una fase successiva. Ma quale è la fase successiva? Hegel cercherà di dare una casa a questo uomo deprivato di Dio nello Stato etico, una costruzione totemica che si disintegrerà con il suo sistema, prima di essere ripresa, in modo notoriamente tragico, dai totalitarismi novecenteschi. Mentre Nietzsche con il suo nichilismo, non a caso, sarà posto da Löwith a problematicissimo e paradossale completamento della disintegrazione del sistema hegeliano. Come se l’Assoluto non fosse altro che l’immagine speculare del Nulla.
Coloro che verranno subito dopo Hegel, ossia Marx, Kierkegaard, Stirner, secondo Löwith tenteranno di mostrare una “via d’uscita” per gli uomini nuovi, ossia per coloro che devono vivere dopo la morte di Dio. Marx cercherà di ricondurre l’uomo alla sua dimensione di “funzionario” della totalità sociale, un uomo interamente “politico” e pubblico, un essere generico che possa essere uguale a tutti gli altri, finalmente liberato dal “privatismo” della società borghese. Se la prospettiva marxiana sarà quella adottata, o ribaltata in maniera speculare, da ogni tipo di totalitarismo, le alternative di Stirner, con il suo radicale individualismo nichilista, e quella di Kierkegaard, con il suo individualismo esistenzialista e profondamente cristiano del cavaliere della fede, costituiranno le due vie opposte. A guardar bene, sembra che ci troviamo ancora oggi dentro le linee di tendenza tracciate dalla frantumazione del sistema hegeliano. Con tali prospettive dobbiamo continuare a fare i conti per non ridurre l’uomo a un funzionario di qualcosa (dello Stato, della società, del Capitale, della Tecnica, etc.), e, allo stesso modo, per non cedere all’impulso di immobilizzare, sacralizzare e tutelare come una specie in via d’estinzione “l’uomo in sé”, che nessuno ha mai visto perché semplicemente non c’è.