Altro che riaperture, la vera sfida è intestarsi il Recovery

Idee e spunti per sapere cosa succede in Italia e nel mondo selezionati per voi da Giuseppe De Filippi
17 MAG 21
Ultimo aggiornamento: 16:24
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Forse a cena dovremmo riprovare a sollecitare una riflessione politica appena appena più approfondita di quella abituale sul grande piano europeo di ripresa per l’economia. Anche per uscire dalla partitella a chi si intesta per primo le riaperture, se l’affrettato, l’abolitore precoce, o il campione dell’attesa in surplace. Quella è roba abbastanza noiosa e comunque dipende terribilmente dai gusti, cioè dalle precedenti simpatie politiche, e perciò non smuove le cose. Mentre candidarsi a essere il partito o lo schieramento che intende tener fede e realizzare il Pnrr, anche arricchendolo, e comunque gestendolo come cosa politicamente viva fino al 2026 avrebbe un senso e un fascino maggiori. E questo vale sotto due profili, entrambi ambiziosi. Quello delle riforme (sì, proprio le riforme che danno ai nervi a Matteo Salvini) che dovrebbero creare le condizioni per la realizzabilità della ripresa e che, come è stato notato più volte (più dai critici che dai fautori), costituiscono un programma politico. Inutile girarci intorno, già ai tempi della maggioranza che votò Ursula von der Leyen si era definito il quadro di sostegno a un programma, andando poi a cercare di nascondersi e di nascondere un’iniziativa così impegnativa dietro a un’apparente neutralità delle scelte europee. Forse, invece, sarebbe ora di far uscire le riforme ispirate Pnrr dal limbo europeistico. E lo stesso vale per la stessa operatività del piano e la sua gestione. Fare debito comune, stabilite criteri uguali per tutti, dare sostegni di politica industriali omogenei in Europa, significa fare anche forti politiche nazionali. Salvini si sfila? Be’, altri alzino la mano per dire che invece ci sono.

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