Salvini e Meloni: chi copia chi?

Idee e spunti per sapere cosa succede in Italia e nel mondo selezionati per voi da Giuseppe De Filippi
19 MAG 21
Ultimo aggiornamento: 16:30
Immagine di Salvini e Meloni: chi copia chi?
Sì, a cena (adesso si può ricominciare a dire “alle cene”) si parla molto, ahinoi, della competizione tra teste di serie della destra, quella tra Matteo Salvini e Giorgia Meloni. La questione intriga anche i più superficiali, perché c’è il banale gusto della sfida. Quelli appena meno superficiali si appassionano anche agli stili diversi tra i contendenti. Bene, quella è roba noiosa, pronta per il libro annuale di cronaca politica da pubblicare sotto Natale, con le anticipazioni a partire da settembre (titolo possibile: me contro te, Matt e Gio' alla sfida finale). Proviamo a vedere un altro aspetto di questa partita. Il punto da cui partire e che potrebbe divertirci è cercare di capire in cosa differiscono Meloni e Salvini. Non c’è una risposta immediata, perché nel loro caso la sovrapponibilità vince su tutto, anche sull’attuale collocazione al governo e all’opposizione. Sono uguali, nella proposta politica, anche mentre si oppongono l’una all’altro in Parlamento. È una cosa meravigliosa, attingono entrambi a un neo senso comune di destra, attento a evitare il richiamo esplicito a certi simboli storici, pur ammiccandovi. Sono entrambi contro l’immigrazione in modo confuso e anti-Europa in modo raffazzonato. Frequentano gli stessi giri internazionali, e lo sappiamo. Tanto che gli elettori non distinguono più, prendono uno per l’altra e viceversa. E i voti si travasano con capillarità, rispettando una specie di principio fisico che potremmo chiamare legge di conservazione della destra.
Questa cosa un po’ l’aveva capita il vecchio Umberto Bossi. La sua Lega, pur cresciuta (sotto una vaga egida berlusconiana) nello stesso periodo in cui cresceva Alleanza nazionale, cercò sempre di mantenere una distanza e una distinzione dai continuatori e rinnovatori del Movimento sociale. Di facciata, molto spesso, ma proprio per questa ragione la distinzione era più fortemente rivendicata. Come se Bossi sapesse che la Padania, l’indipendenza del Nord, e tutto il resto erano mezze scemate propagandistiche e che, andando a grattare, sarebbe rimasto solo un proto destrismo italiano, quello lì, insomma. Tanto che, poi, le leggi simbolo le firmavano insieme, e tuttora abbiamo a che fare con gli effetti della Bossi-Fini e di altre derivazioni del comune accordo legislativo tra le due forze. Però, Bossi, per quanto ci facesse, appunto, le leggi insieme, lo chiamava sempre ''il fascista'' a Fini, e sempre ne sottolineava la vocazione romana e meridionale (terrona, nel suo linguaggio). Insomma, riusciva, Bossi, a tenersi simbolicamente separato da Fini, per quanto proponessero sostanzialmente le stesse ricette. Salvini ha buttato via queste distinzioni, forse perché si credeva troppo forte, forse per l’afflato nazionalista anziché nordista, forse per il gusto di fare strame di qualunque ideologia. E ora si ritrova, facile com’è la sua visione del mondo, a essere un prodotto vincente ma tremendamente imitabile. Come se tutti conoscessero la ricetta della Coca-Cola e potessero farsela in casa in un minuto.

Le tre ''cose'' principali

Oggi in pillole