Da Conte a Draghi: nessun premier è "per caso"

Idee e spunti per sapere cosa succede in Italia e nel mondo selezionati per voi da Giuseppe De Filippi
1 LUG 21
Ultimo aggiornamento: 16:30
Immagine di Da Conte a Draghi: nessun premier è "per caso"
Nei giorni in cui stava per nascere il governo giallo-verde capitò di dover dibattere, appunto, sulla maggioranza che si stava saldando e sul governo che essa avrebbe partorito. Di fronte a molti ragionamenti complessi e a riflessioni sommamente politologiche capitò di osservare, ottenendo anche qualche stupore (a volte perfino ammirato), che si parlava e si trattava, ma a nessuno veniva in mente chi sarebbe stato il presidente del consiglio di quel governo. Giuseppe Conte, allora, era ancora conosciuto solo da una piccolissima cerchia, per i più attenti era il ministro della pubblica amministrazione in pectore del fanta governo indicato da Luigi Di Maio prima delle elezioni. Insomma, si procedette, come è noto, prima a cercare una specie di maggioranza, con la mezza buffonata del contratto di governo, e poi a trovare il premier. Questo non è solo un episodio, non è solo una stranezza in più nell’anomalia generale del governo populistissimo. È, invece, un fatto illuminante e da cui possiamo trarre spunti utili anche oggi. Perché, forse per abitudine a vedere prima le coalizioni, prima gli assetti politici, e poi i leader (il famoso e falsissimo “prima vengono i programmi, che sono la cosa importante, e poi vedremo i nomi”), abbiamo tutti interiorizzato un errore interpretativo e, per farla breve, tendiamo a non capire quanto contino, invece, nomi e persone. Andiamo ancora più indietro per vedere qualche caso. Il primo presidente laico, di un piccolo partito, come sappiamo tutti fu Giovanni Spadolini. Ma, un’altra persona avrebbe potuto guidare quel governo? A distanza di anni possiamo dire tranquillamente di no. E lo stesso, anche di più visto il personaggio, vale per Bettino Craxi. E per Ciriaco De Mita o Giulio Andreotti. E dopo vale per Silvio Berlusconi. Sono tutti, sì, espressione di equilibri di potere e di coalizioni, ma, prima, viene la loro personalità politica, senza la quale quegli equilibri sarebbero rimasti inespressi. Pensate, appunto, al senso che Craxi ha dato al pentapartito, o al modo in cui Berlusconi è riuscito a dare una direzione politica a una roba raffazzonata con un ex missino e un capo leghista simpatico, sveglio, ma, allo stesso tempo, improponibile. Numericamente le maggioranze c’erano, ma, senza le persone in grado di dare ad esse carne e idee, non avrebbero prodotto nulla di politico. E arriviamo a Mario Draghi. Oggi, e con queste premesse, si capisce che non è per nulla, il suo, un ruolo tecnico o un governo tecnico quello che guida. Ma è, appunto, l’espressione attraverso le capacità di una persona di una maggioranza che non sapeva, e forse neanche desiderava, di essere tale. E questa condizione (guardate come ha chiuso la vicenda del cashback e come ha tenuto a bada le rimostranze dei 5 stelle) ha molto da dirci sugli sviluppi prossimi, sullo scenario che potrebbe seguire alla scissione tra contiani e grillini, e anche, nell’altro campo, tra populisti di destra e europeisti (per usare due categorie molto all’ingrosso).

Le tre "cose" principali

Fatto #2
Fatto #3

Oggi in pillole