La parola finale sulla manovra economica e il draghismo senza Draghi

Idee e spunti per sapere cosa succede in Italia e nel mondo selezionati per voi da Giuseppe De Filippi
17 DIC 21
Ultimo aggiornamento: 16:29
Immagine di La parola finale sulla manovra economica e il draghismo senza Draghi

Mario Draghi (Ansa)

Mario Draghi, questioni quirinalizie a parte, non è a Palazzo Chigi come si sta in quei contratti di affitto di tre anni più due. Non ne ha intenzione né avrebbe senso che lo facesse. Tocca ai leader di partito riprendere in mano il gioco. E la data di oggi prende proprio quel significato. Eleggere Draghi al Quirinale è un modo intelligente per consentire a ciascun schieramento di continuare senza traumi il lavoro politico e quella che una volta si chiamava la ricerca del consenso. Il Foglio lo consiglia vivamente, ma ovviamente sta a loro decidere. E, magari, anche indicare un modo per mandare avanti non tanto la legislatura quanto un governo che si troverebbe con tutti quegli importanti impegni citati davanti. La manovra, per quanto sia stata oggetto di un piccolo assedio (o forse proprio grazie ad esso), ha mostrato che anche in un governo di super mega ampia coalizione è possibile, anche perché guidati in modo sicuro e con serietà istituzionale, dare a ciascuno lo spazio per realizzare operazioni politiche o, detto in modo corrente, per piantare qualche bandierina. Lo stesso può avvenire nella trattativa con l’Europa, a fianco della Francia (lì pure devono rinnovare il presidente e, a occhio, c’è più pathos), lasciando a spegnersi sulla faccetta ghignante di Giorgia Meloni le battute sui procacciatori d’affari e sui Rocco Casalino dell’Eliseo. E può ancora avvenire, per quanto sembri strano, sulla delega fiscale. L’impressione, in questo caso, è che nessun partito italiano abbia, da solo, la capacità di riformare il fisco in modo organico e anche equilibrato oltre che efficiente. Incredibilmente la dialettica tra sinistra molto redistributiva e destra antitasse in modo vagamente confusionario ha prodotto una prima modifica dell’Irpef, quella in manovra, che non è da buttar via. Lo stesso metodo, con un po’ di pazienza, potrebbe funzionare anche per la riforma generale da realizzare con delega, anche perché la tecnologia, senza che nessuna ci faccia troppo caso, sta aiutando. E tra estensione della fattura elettronica e uso dei cassetti informatici fiscale e amministrativo i cittadini stanno cominciando a migliorare il loro rapporto col fisco, come testimonia il calo dell’evasione. Si tratta, insomma, soltanto (per modo di dire) di trovare il modo di far continuare il draghismo senza Draghi, o meglio con Draghi al Quirinale, fino alle elezioni del 2023. Non è automatico ma non è impossibile. Servirebbero 3 o 4 leader di partito, diciamo in ordine alfabetico Berlusconi, Conte, Letta, Salvini, con un po’ di buona volontà e anche di sana astuzia politica. Si può fare.

Le tre cose principali

Oggi in pillole