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Open to Superbonus
I "Castelli del Superbonus" ristrutturati e dimenticati da governo e Soprintendenze
Con l'incentivo al 110% sono state ristrutturate otto dimore storiche (costo 1 milione di euro), ma solo se aperte al pubblico per 12 giorni l'anno. Ma nessuno sa quali siano e siano mai stati visitati da qualcuno: il ministero della Cultura "non è in possesso dei documenti"
Roma. Negli ultimi tempi c’è una grande attenzione fuori dall’Italia per il Superbonus per via di un articolo di Luis Garicano, professore di Public policy alla London School of Economics, intitolato “Come bruciare 220 miliardi di euro”. L’articolo dell’economista spagnolo è stato poi ripreso da Marginal Revolution, uno dei blog economici più seguiti negli Stati Uniti, che ha definito il Superbonus “la politica fiscale più stupida degli ultimi tempi”. Infine Eurointelligence, il sito specializzato sugli affari dell’Eurozona, nella sua seguita newsletter rivolta a professionisti e investitori l’ha definito “il più grande e stupido schema fiscale mai inventato al mondo”. Non una bella pubblicità per il paese.
Ma l’Italia potrebbe sfruttare l’interesse internazionale per il credito d’imposta al 110 per cento organizzando un “Tour dei castelli del Superbonus”, per attirare i facoltosi turisti esteri. È già pronto lo slogan: “Open to Superbonus”, che richiama il celebre “Open to Meraviglia” ideato dal ministro del Turismo Daniela Santanchè. Tra i circa 500 mila edifici ristrutturati interamente a carico dello stato, ci sono infatti 8 castelli per un costo complessivo di circa un milione di euro (1.082.833,15 euro), con un costo medio di circa 135 mila euro (nettamente superiore al costo medio per le villette unifamiliari pari a 117 mila euro).
Gli otto castelli sono stati rinnovati con il Superbonus solo perché aperti al pubblico, in quanto cioè patrimonio culturale della nazione. Il problema, però, è che nessuno sa quali siano, dove si trovino e quando siano aperti. Se il prof. Garicano venisse in Italia non potrebbe ammirare le meraviglie del Superbonus, e come lui i contribuenti che hanno pagato i lavori. A una specifica richiesta del Foglio, il ministero della Cultura risponde che “non è in possesso dei documenti oggetto dell’istanza”.
La storia di questa follia fiscale e burocratica inizia durante il Covid. A maggio 2020, nel pieno della pandemia, con il dl Rilancio il premier Giuseppe Conte annuncia la misura che devasterà il bilancio pubblico: “Tutti potranno ristrutturare le loro abitazioni per renderle più green, non si spenderà un soldo per queste ristrutturazioni”. Il Superbonus, un credito d’imposta del 110 per cento liberamente cedibile alle banche, inizialmente era rivolto solo alle prime case. Ma già a luglio, nella legge di conversione, il Pd fece estendere la misura alle seconde case. Il ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri (Pd), rivendicò di aver escluso i ceti più ricchi: il Superbonus non si applica “alle unità immobiliari appartenenti alle unità catastali A/1, A/8 e A/9”, ovvero abitazioni signorili ville e castelli. Ma è a quel punto che interviene il ministro della Cultura, Dario Franceschini, anch’egli del Pd, che nel decreto di agosto tra gli “Interventi finanziari di emergenza nel settore cultura” allargò il Superbonus agli edifici di categoria catastale A/9 (i castelli appunto) purché aperti al pubblico. “Mi sono impegnato per estendere l’ecobonus alle dimore storiche – dirà Franceschini a un evento dell’Associazione Dimore Storiche Italiane – perché la valorizzazione di questo grande patrimonio è un pezzo importante dell’attrattività italiana.
A quel punto si mette in moto la macchina burocratica, con l’obiettivo di giustificare un sussidio così regressivo con il bene comune. Ad aprile 2021, una nota dell’ufficio legislativo del ministero della Cultura spiega come “definire cosa si intenda per ‘apertura al pubblico’”. Si tratta di quegli immobili riconosciuti dal ministero della Cultura con “appositi accordi o convenzioni” che regolano l’apertura al pubblico: lo standard è che l’accesso sia garantito “almeno un giorno al mese durante l’arco dell’intero anno”, nonché durante la settimana dei beni culturali e le giornate europee del patrimonio. Ma siccome i casi sono pochi, per estendere il più possibile il sussidio, il ministero stabilisce che possono accedere al Superbonus anche le dimore storiche che non hanno una convenzione: basta inviare “un atto di impegno” con il quale ci “si assume l’obbligo” di aprire al pubblico la dimora storica per almeno 12 giorni l’anno e “per almeno cinque anni”: 60 giorni in tutto.
Alla nota del ministero dell’Ufficio legislativo, segue una circolare del ministero alle Soprintendenze Archeologia, Belle arti e Paesaggio che dispone l’iter burocratico da seguire. Il proprietario del castello o della dimora storica, per ottenere gli incentivi di efficientamento energetico, deve compilare un modulo in cui indica i 12 giorni di apertura annui (per almeno quattro ore al giorno); in cui si impegna entro il 31 dicembre di ogni anno a comunicare le date per l’anno successivo e di pubblicizzare le aperture sul proprio sito internet e sul sito dell’Associazione Dimore Storiche Italiane. Inoltre, il ministero della Cultura “è autorizzato a dare ulteriore pubblicità dell’apertura mediante i propri siti istituzionali”. Le Soprintendenze, dal canto loro, hanno l’obbligo di rendere noto sul proprio sito l’elenco delle “dimore storiche” tutelate, di tenere l’elenco “costantemente aggiornato” con le giornate di apertura al pubblico, di “dare adeguata pubblicità” alle aperture, ad esempio chiedendo l’esposizione di “targhe serializzate a cura dei beneficiari da realizzare nei pressi della dimora storica per rendere noti recapiti per rivolgersi e ottenere informazioni”, infine di verificare “con controlli a campione l’ottemperanza di quanto dichiarato”.
Il problema, però, non è tanto che non ci siano stati controlli sulle aperture. Ma che non si sappia proprio quali siano questi castelli aperti al pubblico: magari sono stati aperti, ma il pubblico non l’ha mai saputo. L’Associazione Dimore Storiche Italiane, richiamata nelle circolari del ministero della Cultura e promotrice della misura con Franceschini, interpellata dal Foglio, dice di non saperne nulla: non pubblicizza sul suo sito alcuna informazione sulle aperture perché non ha mai ricevuto il calendario dalle Soprintendenze. Il ministero della Cultura, che è il vertice politico e amministrativo delle Soprintendenze, allo stesso modo risponde al Foglio che “non è in possesso dei documenti oggetto dell’istanza” e ci informa che è possibile “reperire tali informazioni presso gli Uffici territoriali competenti”, ovvero le Soprintendenze. Ma non è così semplice reperirle.
Le Soprintendenze Archeologia, belle arti e paesaggio sono più di 40: è come cercare un ago in un pagliaio. È però possibile circoscrivere il campo di ricerca. Dal report mensile di Enea (l’Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile), che pubblica mensilmente i dati sull’utilizzo del Superbonus, è visibile una ripartizione su base regionale. Secondo il bollettino di Enea, gli otto “edifici A/9 aperti al pubblico” (che fino al report di agosto 2024 venivano definiti “castelli”) si trovano in quattro regioni: Basilicata (1), Lazio (2), Lombardia (2) e Piemonte (3).
La ricerca non è però terminata visto che, eccetto la Basilicata, ogni regione ha più di una Soprintendenza. In tutto, quelle potenzialmente coinvolte sono undici. Sui rispettivi siti non c’è alcuna informazione sui castelli del Superbonus aperti al pubblico, o quantomeno al Foglio non siamo riusciti a trovarle. Per questa ragione abbiamo fatto una richiesta di accesso agli atti circa una settimana fa: su undici Soprintendenze interpellate ha risposto solo la Soprintendenza per l’area metropolitana di Roma e per la provincia di Rieti, dicendo che non possiede “documenti riguardanti Dimore storiche per le quali sia stato richiesto il Superbonus”. Le altre dieci stanno ancora cercando. L’Associazione Dimore Storiche Italiane non ne sa nulla. Il ministero della Cultura, che ha messo in piedi questa ragnatela burocratica, non è in possesso di alcuna informazione e quindi non ha pubblicizzato né controllato un programma di spesa che ha fortemente voluto. I cittadini italiani, che hanno pagato i lavori di ristrutturazione, non possono visitare questi “musei” del Superbonus perché ne ignorano l’esistenza. I contribuenti europei che hanno pagato questa follia, dato che il Superbonus è stato finanziato per 14 miliardi di euro dal Next Generation Eu, non possono ammirare i castelli “Open to Superbonus”.
L’obbligo di apertura, per appena 12 giorni l’anno, dura solo cinque anni. Ne sono passati già un paio. Basta aspettare ancora un po’ e i proprietari dei castelli del Superbonus, costati ai contribuenti italiani ed europei circa 135 mila euro l’uno, potranno esporre il cartello “Closed to Meraviglia”.
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