
(foto EPA)
l'analisi
Finanziare la Difesa dei singoli stati non è in contraddizione con la Difesa comune
Non ha senso contrapporre fra loro esigenze condivise con quelle puramente nazionali. Per questo Occorre prendere atto che nel futuro immediato e prossimo le capacità militari europee sono quelle dei singoli strumenti militari nazionali che devono poter operare insieme efficacemente
Readiness 2030 è la nuova denominazione di ReArm Europe, mirato a consentire ai paesi membri dell’Ue di investire nei prossimi quattro anni fino a 800 miliardi di € euro per migliorare le capacità militari complessive. Il nome originale poteva sembrare ostico a un’opinione pubblica portata ad associarlo a un disvalore, quella di riarmo, tuttavia rispondeva all’esigenza di scuotere le coscienze di un continente che dopo secoli di guerre sanguinose aveva potuto godere di quasi otto decadi di pace.
Ma venendo ai contenuti, è chiaro che la filosofia di base è quella di consentire ai singoli paesi di rafforzarsi individualmente, senza eccessivi vincoli di bilancio, incentivando progetti comuni e mirando quindi a una coerenza complessiva per assicurare collettivamente le capacità necessarie. Nulla dunque che vada dritto al fine di una Difesa comune e men che meno al vagheggiato “esercito europeo”, che resta al momento nei sogni di qualche idealista. Ma a ben considerare, non esiste antagonismo tra queste due visioni, bensì si tratta di una pragmatica e realistica sfasatura temporale.
Una seconda critica viene dal mondo militare cui è evidente che le esigenze finanziarie vengono a valle di quelle operative, con un processo iterativo che progressivamente armonizza le prime alle disponibilità: non ha senso dire ai generali “questi sono i soldi, vedete che cosa ne potete fare”, ma occorre partire dal “di che capacità abbiamo bisogno?”, verificare la compatibilità finanziaria, mancando la quale si ridimensionano le esigenze fino a giungere a un progetto realizzabile. Si comprende così che l’accoppiata Libro Bianco della Difesa/Readiness 2030 deve viaggiare di pari passo, con una precedenza concettuale per il primo.
Nel Libro Bianco peraltro vengono elencate e discusse alcune capacità che devono essere acquisite collettivamente, come un efficace sistema di difesa antimissile, e ancora un sistema integrato di raccolta di intelligence, mediante satelliti, mezzi aeroportati e quant’altro, nonché la capacità di elaborare in tempo reale tali informazioni per fornirle agli operatori sul terreno. E’ ovvio che tali capacità dovranno essere acquisite collettivamente e che quindi serviranno fondi comuni, di cui nel Readiness 2030 non v’è traccia.
Peraltro non ha senso contrapporre fra loro esigenze condivise con quelle puramente nazionali (da armonizzare poi con quelle degli altri partner). Occorre infatti prendere atto che nel futuro immediato e prossimo le capacità militari europee, o meglio del nucleo di apripista “willing and able” che si sta delineando, sono quelle dei singoli strumenti militari nazionali che devono poter operare insieme efficacemente, con il più elevato livello possibile di standardizzazione o almeno di interoperabilità.
Elemento chiave di questa architettura è il sistema di comando e controllo, da creare a somiglianza di quello complesso e sofisticato della Nato, imperniato sullo Shape (Supreme Headquarters Allied Powers Europe) e sulle articolazioni discendenti (con un organico distribuito nei vari comandi regionali e funzionali di circa 18.000 unità). Anche questo richiederà cospicui fondi, che non potranno che essere a finanziamento comune.
Ci deve essere quindi un mix di investimenti comuni e nazionali, da attuare in modo coordinato, secondo princìpi di economicità, privilegiando acquisti comuni anche per le esigenze nazionali, eventualmente forzando le dirigenze delle industrie nazionali della Difesa a una vera collaborazione che salvaguardi le singole eccellenze tecnologiche e i livelli occupazionali e permetta di ridurre la varietà dei tipi degli equipaggiamenti, con evidenti economie di scala e un effetto moltiplicatore delle capacità operative esprimibili dai vari contingenti, i quali potrebbero mutuamente sostenersi anche dal punto di vista logistico.
Non c’è contraddizione tra l’obiettivo di una capacità di Difesa europea e finanziamenti dei singoli stati, purché questi avvengano in modo coordinato al fine di costruire e far crescere strumenti militari nazionali in grado di innestarsi senza difficoltà in un sistema europeo, ancorché inizialmente formato da un gruppo d’avanguardia.
Le strutture e le istituzioni in parte già ci sono: l’Occar, come agenzia di procurement comune, l’Eda, Agenzia europea della Difesa, per facilitare la convergenza dei requisiti militari e stimolare e agevolare progetti condivisi, lo Stato maggiore europeo, da far crescere per assumere funzioni anche di tipo operativo.
La strada è lunga, ma il cammino è già iniziato.