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Le strategie europee
Come far tornare, dopo i dazi di Trump, i capitali europei investiti a Wall Street?
L’Europa perde ogni anno 500 miliardi di euro verso gli Stati Uniti per la maggiore competitività dei mercati americani. Per invertire la rotta, servono un mercato unico dei capitali, asset manager più grandi e un ecosistema finanziario più innovativo
Gli scossoni di Wall Street e l’incertezza a cui va incontro l’economia americana a causa della politica protezionista del presidente Trump sta riproponendo uno dei temi lanciati dall’agenda Draghi sulla competitività: perché l’Europa non fa qualcosa per riportare indietro i risparmi investiti negli Stati Uniti? Un’idea affascinante che sembra ricalcare lo slogan del “reshoring” e del “friendshoring”, lanciato proprio dalla Casa Bianca ai tempi dell’invasione russa dell’Ucraina per dire che è meglio fare affare con i paesi amici. E allora perché, ora che è Trump ha indicato l’Europa come avversaria, non immaginare un reshoring del risparmio?
Proprio il rapporto Draghi ha quantificato in 500 miliardi di euro le risorse che ogni anno defluiscono dall’Unione europea verso gli Stati Uniti e che oggi sono esposti ai rischi di un indebolimento del quadro congiunturale e dei mercati azionari di quel paese. Il Foglio ha chiesto ad Andrea Beltratti, economista (Università Bocconi) con esperienze ai vertici di banche e società di asset management, se è possibile pungolare Trump su questo terreno. “La premessa è che, sì, è vero, grandi capitali europei e asiatici hanno sempre trovato un’allocazione soddisfacente in America grazie al dinamismo dell’economia e al dollaro forte. Storicamente, la borsa di New York ha offerto agli investitori rendimenti più elevati rispetto non solo ai mercati azionari europei, ma di tutte le altre borse del mondo. E questo trend si è rafforzato negli ultimi due decenni. Non a caso, Wall Street rappresenta, in termini di capitalizzazione, il 60 per cento dei listini azionari mondiali. Credo che non saranno gli annunci, anche contraddittori di Trump, a modificare questo assetto”.
Secondo Beltratti, l’incidenza dei dazi e delle altre misure adottate dalla Casa Bianca peserà sull’economia americana non in modo così sostanziale da far accumulare vistose perdite agli investitori, che, comunque, potranno contare per quest’anno su un tasso di crescita stimato al 2,5 per cento, più del doppio di quello dell’Eurozona. “Condivido, però, l’idea che l’Europa potrebbe approfittare di questo momento degli Stati Uniti per provare a migliorare la struttura del mercato dei capitali e del risparmio e diventare più attrattiva per gli investitori. Non bisogna però illudersi: i rendimenti delle azioni delle società dipendono dalla crescita economica e dalla capacità di innovazione. E il gap tra le due sponde dell’Atlantico è alto, a scapito di quella europea, soprattutto sul fronte dello sviluppo tecnologico”.
In effetti, il listino che negli ultimi anni ha assicurato i rendimenti più elevati è stato il Nasdaq, grazie alla crescita esponenziale delle big tech, anche se nell’ultimo mese ha perso colpi a causa proprio dei dazi annunciati da Trump mentre il titolo di Tesla, una delle società a maggior capitalizzazione, si è ripreso da una caduta che è sembrata senza freni solo negli ultimi giorni sulle voci di uscita di Elon Musk dal governo. C’è, però, un altro fattore che incide sulla scarsa capacità dell’Europa di trattenere capitali ed è la dimensione della sua industria del risparmio. “L’efficienza delle società che gestiscono il risparmio dipende dalle economie di scala, più aumentano le masse gestite maggiori sono le possibilità di offrire rendimenti soddisfacenti alla clientela perché si riducono i costi. La frammentazione del mercato europeo, rispetto a quello americano, e la dimensione domestica degli operatori non sono certo d’aiuto alla competitività. In Europa, la Francia è l’unico paese con gestori che stanno raggiungendo le dimensioni degli asset manager americani”.
Insomma, si torna sempre allo stesso punto: sarebbe necessario il mercato unico dei capitali e far nascere campioni europei. Ma su banche e assicurazioni i governi europei si stanno mostrando molto protettivi come si vede nelle ultime vicende. E’ immaginabile una cessione di sovranità in questo ambito? “E’ un tema delicato perché questi operatori sono anche i maggiori acquirenti di titoli di stato. In una fase in cui il debito pubblico dei paesi europei sembra destinato ad aumentare per far fronte a diverse esigenze, i governi vorrebbero poter mantenere una sfera di influenza sui soggetti che possono assorbire una certa quantità di obbligazioni pubbliche. Un po’ diverso è il discorso per la gestione della ricchezza privata. In questo senso, penso che sarebbe giusto se cominciassimo a superare il concetto di risparmio nazionale e a ragionare su quello di difesa di risparmio europeo”.


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