Gli sfasciacarrozze delle pensioni contro l'adeguamento all'aspettativa di vita

Giuliano Cazzola

Il governo Meloni accelera sulla riforma, ma la Cgil avverte: rischio di 44 mila esodati nel 2027. La Lega punta ai baby boomer: nuove mosse per l’uscita anticipata

“I vecchi amori non finiscono – dice la canzone – fanno giri immensi e poi ritornano”. Devono ricredersi coloro che,  assistendo con piacevole sorpresa ai giri di vite sul pensionamento anticipato previsti nelle leggi di Bilancio del governo Meloni, pensavano che in via Bellerio si accontentassero dei nuovi amori incontrati sullo scenario internazionale. Non è così: Donald Trump e J. D. Vance non hanno soppiantato l’attrazione fatale che induce la Lega a fare carte false pur di mandare in pensione, il prima possibile, i baby boomer. Perché di questo si tratta, anche se si contrabbanda la questione sotto il pretesto del pensionamento dei giovani di oggi. Le parole fatali sono “sterilizzazione” ed “esodati”. Facciamo il punto.

 
Era stato l’ultimo governo Berlusconi a introdurre una norma in base alla quale l’età pensionabile veniva periodicamente agganciata all’incremento dell’attesa di vita certificato dall’Istat. La riforma Fornero estese la norma anche al requisito contributivo del trattamento anticipato (a prescindere dall’età anagrafica). Il governo Conte I non si limitò a introdurre Quota 100 per un periodo di tre anni (2019-2021), ma bloccò fino a tutto il 2026 a 42 anni e 10 mesi per gli uomini, e a un anno in meno per le donne, il requisito contributivo per il trattamento anticipato (di cui usufruiscono in grande maggioranza i lavoratori maschi perché hanno storie occupazionali più lunghe, mentre le donne in prevalenza – soprattutto nei settori privati – sono costrette ad avvalesi della vecchiaia a 67 anni di età e almeno 20 di contribuzione). La via d’uscita del congelamento, al riparo della risonanza mediatica di Quota 100, è risultata più conveniente per i baby boomer, perché non era richiesto alcun requisito anagrafico (come nel regime delle quote), mentre chi aveva cominciato a lavorare presto (come le coorti interessate) era in grado di raggiungere il requisito contributivo a un’età inferiore ai 62 (l’età media alla decorrenza delle pensioni di anzianità è pari a 61,7 anni, il che significa che sono tanti quelli che ne usufruiscono prima).

 
In uno slancio di riformismo inconsapevole il governo Meloni, mentre invertiva da incentivo a disincentivo il regime delle quote, ha anticipato a fine 2024 la scadenza del blocco dei requisiti dell’anzianità. Così da gennaio di quest’anno è ritornata operativa la norma del 2011 (che è molto importante per garantire la sostenibilità del sistema pensionistico dopo che gli sfasciacarrozze gialloverdi hanno cancellato a regime ben 48 dei 90 miliardi risparmiati per effetto della riforma Fornero). Per il biennio 2025/2026 l’Istat non segnala apprezzabili incrementi dell’attesa di vita, pertanto non vi saranno modifiche dei requisiti. Nel 2027 viene ipotizzato un incremento di 5-6 mesi, che per legge viene ridotto al limite massimo di 3 mesi. Apriti cielo! Non solo il sottosegretario Claudio Durigon, ma persino il virtuoso ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti (colui che disse  “con questi andamenti demografici non si può fare una riforma delle pensioni”) si è avventurato a promettere una “sterilizzazione” dell’aggancio automatico. E’ doveroso spiegare che non siamo in presenza di un meccanismo diabolico destinato a raggiungere un’età del pensionamento da Matusalemme. La norma si applica solo nel caso dei trattamenti liquidati col sistema misto (retributivo/contributivo) che è in esaurimento perché riguarda coloro che hanno iniziato a lavorare entro il 31 gennaio 1995, per i quali sono state predisposte innumerevoli uscite di sicurezza a tutela di condizioni di difficoltà personale o familiare. Peraltro si tratta delle ultimi coorti del baby boom, che arrivano all’appuntamento con la pensione a un’età da anziani/giovani, in grado di sopportare il prolungamento di qualche mese dell’attività lavorativa. 

 
Per i lavoratori che sono interamente nel sistema contributivo (gli occupati dal 1° gennaio 1996) vigono altre regole: i lavoratori potranno andare in pensione anticipata a 64 anni, se hanno maturato almeno 20 anni di contributi. E’ previsto inoltre un requisito di adeguatezza ragguagliato a un multiplo dell’importo dell’assegno sociale per determinare il quale potrà essere computato anche l’assegno della previdenza complementare. La Cgil poi ha pensato di usare la parola magica degli “esodati”, una specie di “apriti Sesamo” dei 40 ladroni della favola. Sarebbero 44 mila i lavoratori che nel 2027 si troverebbero a essere senza reddito né pensione per tre mesi. Negli anni scorsi sono state trovate delle soluzioni per 200 mila “esodati”. Non ci facciamo mancare nulla.