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cambio di paradigma
I dazi di Trump avrebbero dovuto rafforzare il dollaro, ma l'hanno indebolito. Ecco perché
La nuova ondata di misure restrittive ha segnato un cambiamento radicale di regime. L’incertezza generata da questa politica commerciale ha completamente cambiato le aspettative degli investitori
Secondo la teoria economica standard, l’imposizione di dazi da parte di un paese dovrebbe condurre, almeno nel breve periodo, a un apprezzamento della valuta nazionale. I dazi riducono le importazioni, aumentando la domanda di beni domestici e quindi della valuta in cui sono denominati. Inoltre, la sostituzione di beni commerciabili con beni non commerciabili (servizi) spinge al rialzo la domanda interna, rafforza il tasso di cambio reale. Questo quadro inflazionistico genera aspettative di incremento dei tassi di interesse da parte della banca centrale, aumentando i flussi di capitale nella valuta locale. Questo meccanismo si è effettivamente osservato durante la prima amministrazione Trump.
Tra il 2018 e il 2020, l’aumento dei dazi – in particolare su circa 370 miliardi di dollari di beni cinesi – ha causato rincari estesi dei beni importati, oltre a modifiche alle catene di fornitura e una pressione sui prezzi interni. In questo contesto, il dollaro si è rafforzato: l’indice DXY è salito del 10 per cento. Allo stesso modo, tra settembre 2024 e gennaio 2025, i mercati hanno anticipato i dazi promessi da Trump durante la campagna elettorale, portando a un nuovo apprezzamento del dollaro.Tuttavia, a partire da gennaio 2025, con l’avvio della seconda amministrazione Trump, la dinamica si è invertita. Il dollaro ha cominciato a deprezzarsi, perdendo circa il 10 per cento in pochi mesi. Che cosa sta succedendo?
La nuova ondata di dazi ha segnato un cambiamento radicale di regime: a strumenti tattici, i dazi sono diventati sistemici, universali e guidati da logiche arbitrarie. Non si sono più limitati alla Cina, ma hanno colpito partner tradizionali come Canada e Messico. Dal 2 aprile 2025, l’approccio è diventato “universalista”: qualsiasi paese con surplus commerciale verso gli Stati Uniti è stato colpito, sulla base dell’assunto – economicamente infondato – che tale surplus rifletta barriere implicite, e scorrette, erette contro gli Stati Uniti. Una visione completamente distorta.
Il deficit di bilancia commerciale degli Stati Uniti verso il resto del mondo non ha niente a che fare con immaginari dazi impliciti imposti dagli altri paesi. Il disavanzo commerciale non è che l’altro lato della medaglia della differenza tra quanto un’economia risparmia e quanto investe. Gli Usa sono un paese che risparmia molto poco, sia dal lato privato (la forte domanda privata interna) sia dal alto pubblico (il deficit fiscale in continua espansione). Allo stesso tempo, la profondità ed efficienza dei mercati dei capitali americani permette all’economia americana (a differenza di quella europea) di tramutare i “pochi” risparmi in elevati investimenti, in parte provenienti anche dai capitali esteri. Perciò il deficit commerciale americano è (paradossalmente nell’universo logico trumpiano) un segno di forza dell’economia americana, e non di sua debolezza o di “sfruttamento” da parte del resto del mondo, come ossessivamente ama ripetere Trump.
La novità del 2025 è che l’incertezza generata dalla nuova politica commerciale ha completamente cambiato le aspettative degli investitori. In primo luogo, i nuovi dazi del 2025, sono universali. Come tali rendono praticamente impossibile il realizzarsi di anche deboli effetti positivi sull’economia americana. Se i consumatori americani trovano improvvisamente molto più difficile sostituire i beni importati con altri beni importati da qualsiasi paese del mondo, ciò impone sull’economia un formidabile vincolo di capacità di offerta produttiva nel medio periodo che può solo sfociare in maggiore inflazione, e perdita di produttività. Come può l’economia americana rapidamente produrre tutta una serie di beni nuovi (finali e intermedi) finora importati, e per buone ragioni, dal resto del mondo?
In secondo luogo, l’estensività dei dazi aumenta di molto i rischi di una guerra commerciale globale. La Cina ad esempio ha appena annunciato dazi ritorsivi verso gli Usa del 34 per cento. Questo rapido aumento di incertezza ha avuto effetti immediati sui flussi di portafoglio verso gli Usa. La possibilità che le barriere commerciali diventino permanenti o che si estendano a nuovi settori riduce la prevedibilità del ritorno sugli investimenti negli Stati Uniti. Gli investitori potrebbero preferire paesi con un quadro normativo più stabile o con minori rischi di escalation commerciale. Tutto ciò comprime la domanda di dollari, esercitando una pressione al ribasso sul tasso di cambio.
Ma forse c’è di più. L’arbitrarietà della logica economica sottostante ai dazi li ha tramutati in un segnale fortemente politico, in grado di alterare le aspettative degli investitori globali. In particolare, nel caso dell’amministrazione Trump, i dazi si sono inseriti in una strategia di “America First” che ha messo in discussione il ruolo tradizionale degli Stati Uniti come difensore dell’ordine multilaterale e del libero commercio. Da “economia rifugio”, come spesso accade nelle fasi di crisi, gli Stati Uniti sono improvvisamente percepiti come fonte unilaterale di turbolenza sistemica. Un vero cambio di paradigma.