Foto LaPresse

Problemi da Washington

Il vero errore nella formula dei dazi

Luciano Capone

La formuletta degli “economisti” di Trump non dimostra affatto l’esistenza di “dazi impliciti” da parte degli altri paesi, i quali ammontano a valori decisamente più bassi. L'analisi di Fabiano Schivardi, economista alla Luiss

Per dare un senso ai dazi “reciproci”, l’Amministrazione Trump ha pubblicato la formuletta usata per calcolare l’aliquota tariffaria necessaria per bilanciare i deficit commerciali bilaterali tra gli Stati Uniti e ciascuno dei  partner commerciali. Il problema di questa formula, che ha già le sue criticità concettuali, perché non dimostra affatto l’esistenza di “dazi impliciti” da parte degli altri paesi, è che contiene anche un errore fondamentale

Lo ha scovato Fabiano Schivardi, economista alla Luiss. Due elementi della formula sono l’elasticità del prezzo (quanto cambia la domanda alle variazioni di prezzo) e il pass-through (quanta parte del dazio viene trasferito sui consumatori): da questi fattori dipendono il calo delle importazioni e, quindi, il livello a cui fissare il dazio per azzerare il deficit commerciale. L’ipotesi del governo americano è un pass-through del 25 per cento, cioè gli esportatori assorbono il 75 per cento del dazio (abbassando i prezzi) mentre i consumatori sopportano il restante 25. Il punto, spiega Schivardi, è che il deficit commerciale dipende dal prezzo: “Una volta che il dazio è in vigore, il prezzo ricevuto dagli esportatori diminuisce, il che riduce già il deficit, indipendentemente dalla riduzione della quantità”. Ma la formula di  Trump tiene conto solo del calo delle quantità, ignorando  l’effetto dei prezzi che, considerando l’ipotesi di un pass-through del 25 per cento, “è sostanziale”: i dazi che vengono fuori sono pari a circa la metà di quelle della formula sbagliata degli “economisti” di Trump.

Non è l’unico, clamoroso, errore. Nella nota che spiega la formula e le sue ipotesi, l’ufficio del Trade Representative Usa  scrive che l’ipotesi di pass-through del 25 per cento deriva da uno studio di quattro autorevoli economisti, tra cui la vicedirettrice del Fmi Gita Gpinath, fatto sui precedenti dazi degli Usa sulla Cina. Il problema è che uno degli autori, l’economista argentino Alberto Cavallo, ha smentito il dato: “Nella nostra ricerca, l’elasticità dei prezzi all’importazione rispetto alle tariffe è più vicina a 1”, cioe il 100 per cento. “Se si utilizzasse tale cifra anziché 0,25 (25 per cento) – spiega Cavallo su X – i dazi reciproci impliciti sarebbero circa  volte inferiori”. Non la metà, ma la metà della metà.

Di più su questi argomenti:
  • Luciano Capone
  • Cresciuto in Irpinia, a Savignano. Studi a Milano, Università Cattolica. Liberista per formazione, giornalista per deformazione. Al Foglio prima come lettore, poi collaboratore, infine redattore. Mi occupo principalmente di economia, ma anche di politica, inchieste, cultura, varie ed eventuali