
(LaPresse)
l'analisi
L'Europa non è né buona né cattiva: il debito non è mai gratis
Salvini chiede "un debito sano". Ma attribuire giudizi alla spesa pubblica per giustificarla in base al suo utilizzo è una trappola, un inganno che i politici usano come alibi. Il nostro spazio fiscale è ridotto, anche se europeo
"Debito sano”, questa è la richiesta del vicepremier Matteo Salvini. La proposta è stata illustrata durante una conferenza in cui la Lega ha presentato il suo piano per il rilancio del Servizio sanitario nazionale. Di cosa si tratta nello specifico? Semplice, lo dice il nome stesso. Il debito “sano” è quello che serve per finanziare la spesa sanitaria. Secondo Salvini questo tipo di debito, che è “sano” appunto, non dovrebbe essere incluso nelle regole previste dal Patto di stabilità e crescita che limitano lo stock di indebitamento degli stati nazionali. E, invece, cosa fa Bruxelles? Accorda margini solo per finanziare le armi. Ma quello, in base alla logica di Salvini, è debito “armato”. Non va bene. Di fatto, definendo il debito in base al suo utilizzo, si potrebbe dar vita a una serie di nuove categorie contabili da escludere dal Patto. Quindi, come si è detto, via libera al debito per la sanità perché “sano”.
Ma, allora, che dire di quello per le pensioni che è “previdente”? C’è, poi, quello per le famiglie che è “famigliare” e quello per la scuola che è “educativo”. E, non dimentichiamoci di quello per le costruzioni che è “costruttivo”. In particolare, c’è quello per le infrastrutture – che poi è la materia di cui è responsabile proprio il dicastero guidato da Salvini – che diventa “strutturale”, quindi solido, utile, portante. Ed ecco qui creata un’altra categoria, cara alla Lega: il debito “portante”, quello per il ponte di Messina. Come è evidente, il metodo è altamente flessibile e la lista potrebbe risultare potenzialmente molto lunga. Un simile metodo lo aveva già seguito Mario Draghi, quando, nel suo ruolo di presidente del Consiglio, associò al debito un connotato morale, introducendo il concetto di debito “buono”. Non fu, occorre ammetterlo, una mossa particolarmente felice. E’ evidente che, nell’intenzione dell’ex premier, il debito “buono” dovesse riguardare esclusivamente quello destinato a finanziare investimenti che, in teoria, rappresentano spese con un impatto significativo sull’economia.
Ma, in un contesto in cui la classe politica non vedeva l’ora di avere un alibi per poter aumentare la spesa, tutto divenne improvvisamente “buono”: il debito “cattivo” sparì dalla scena. A dirla tutta, negli anni passati, i nostri politici hanno tentato un’operazione un’operazione ancora più audace: quella di far sparire dalla scena l’intero debito pubblico. Come? Semplice: eliminando dal dibattito la parola “debito”. Negli ultimi dieci anni, il debito non è stato (quasi) mai chiamato con il suo nome. Sono state usate parole nuove, positive, rassicuranti come “flessibilità” volta a evocare la vittoria dei nostri governanti nel negoziato con Bruxelles. Come non ricordare Renzi e i suoi successori, che, tornati trionfanti da Bruxelles, ci spiegavano di aver ottenuto la “flessibilità”, ossia la possibilità di escludere dalle nuove normative alcune spese, omettendo però di chiarire che si trattava, in ogni caso, di un incremento del debito.
Il premio per il miglior inganno spetta senza dubbio alla parola “tesoretto”. L’idea che, nei corridoi di qualche ministero, possano esserci scrigni colmi d’oro è estremamente affascinante, piace a tutti. Ai nostri politici che continuano ad annunciare ritrovamenti di improbabili “tesoretti”. Ma anche a noi cittadini: ci piace credere che si possano spendere soldi che, in realtà, non ci sono nemmeno. E così, nella totale irresponsabilità collettiva, il debito ha continuato a crescere, arrivando a superare nel mese di novembre i tremila miliardi. Persistere nell’incrementarlo, in un contesto caratterizzato da forte incertezza come quello attuale, non è certamente auspicabile. Il ministro dell’Economia e delle Finanze, Giancarlo Giorgetti, lo ripete ogni giorno. Il debito costa: ogni anno spendiamo circa 85 miliardi di euro in spesa per interessi, una cifra superiore a ciò che viene destinato all’istruzione, che si ferma a quota 75 miliardi. Un debito elevato e in espansione, poi, riduce i margini di manovra. Ovvero, limita la capacità di spesa quando, invece, servirebbe poter spendere. Questa è precisamente la situazione che si sta verificando. Bisognerebbe finanziare nuovi beni: la Difesa, senza dubbio, ma anche il welfare che diventa sempre più oneroso con l’invecchiare della popolazione. Eppure, il nostro spazio fiscale, cioè la possibilità di emettere debito senza creare tensioni sui mercati finanziari, è ridotto. E, allora, che fare? La strada maestra sarebbe quella di iniziare un programma serio, di lungo termine di revisione della spesa. Tradotto: spendere meno e meglio. Le risorse dovrebbero essere investite in base alle priorità politiche. Per farlo, è importante spiegare che le risorse sono scarse e limitate. Tuttavia, dopo anni in cui si è fatto credere che fosse possibile dare tutto a tutti attraverso il debito, proporre un nuovo racconto non è affatto semplice. E così, la soluzione sembra essere stata trovata: il debito europeo. Si tratta di un passo in avanti sostanziale. Non è più necessario nascondere il debito con parole fuorvianti, né attribuirgli un connotato positivo. Il debito semplicemente cessa di essere un problema perché non è più nostro. E’ quello degli altri, degli europei.
Il metodo, d’altronde, è sempre lo stesso: presentare l’Europa come qualcosa di “altro da noi”. Fino a oggi è stata vista come la matrigna cattiva che ci impone regole e limiti. D’ora in poi, invece, sarà la zia buona che ci distribuisce risorse. Entrambe le immagini sono ingannevoli. Le regole servono e, in realtà, le abbiamo concordate, negoziate e firmate anche noi. Per quanto riguarda il debito europeo, è importante precisare che non si tratta affatto di risorse di “altri”. L’adozione di uno strumento simile comporta un processo che implica maggiore integrazione a cominciare da quella fiscale. Ossia un bilancio comune e un ministro delle Finanze europeo. Che cosa significa nello specifico? Più risorse (leggi più tasse) da destinare a Bruxelles e più poteri alle istituzioni comunitarie. Eppure, è proprio un politico come Matteo Salvini, che con il suo partito vorrebbe percorrere la strada opposta, a volere il debito europeo. Ma, ciò non dovrebbe sorprendere. Il debito europeo viene presentato alla stregua del debito “sano”: senza un significato preciso. Semplicemente, suona bene, poiché rassicura. In una fase così delicata, con il mondo in rapida evoluzione, ci si aspetterebbe un approccio più serio. Non necessariamente tecnico, ma almeno basato su un concetto fondamentale che potrebbe essere espresso in cinque semplici parole: “Il debito non è gratis”.