Un Foglio internazionale

Con “Le Siècle vert”, breve saggio incisivo uscito per Gallimard nella collezione “Tracts”, Régis Debray prosegue la sua riflessione sulla grande mutazione in corso nel mondo occidentale. Dietro la crescita delle inquietudini ecologiche, lo scrittore intravede l’emersione di un nuovo mondo femminilizzato e asettico, ma forse paradossalmente meno civile. Le Figaro l’ha intervistato.
Le Figaro – Lei compara le inquietudini ecologiche di quest’epoca a un’“Internazionale dell’angoscia”. Non esistono secondo lei delle buone ragioni per lanciare l’allarme in un momento in cui gli scienziati preannunciano un pianeta inabitabile?
Régis Debray – Un’“Internazionale” informale, decentralizzata, ma onnipresente come l’aria nell’universo. Ed è normale: il problema è planetario, e lo è anche l’angoscia, alimentata dalla trasmissione virale e immediata dei disastri. Questa angoscia è giustificata e rifiutare le ragioni che la provocano sarebbe osceno: le previsioni del Giec (Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico, ndr) e i sintomi presenti. Le ragioni sono lì davanti a noi, irrefutabili (…).
Lei vede nel “secolo verde” il sintomo di un cambiamento di civiltà, quasi un ribaltamento antropologico. In che modo l’importanza crescente delle questioni ecologiche si iscrive nell’instaurazione di un “ordine morale asettico” molto più vasto?
L’uomo, fino a oggi, era un essere storico, che raggiungeva la sua salvezza nel tempo, con i suoi avi, una memoria e una promessa. Ora, si situa nello spazio. L’ubiquità ha preso il sopravvento sulla continuità. Calcoliamo sulla base dei secoli, dei millenni, e osserviamo una scala temporale che non è più quella della storia umana, ma della geologia e del cosmos (…). L’ordine morale? Tutte le epoche ne hanno uno, ed è un bene. Il nostro vuole costruire un mondo asettico, senza rischi, tutto in positivo, dove non si vuole più veder scorrere il sangue, né il toro nell’arena, né il feretro in strada. La vita senza la crudeltà della vita. Più nessun contatto con il Male. Restiamo puliti.
Lei, in sostanza, scrive che l’uomo nuovo è una femmina come gli altri. Perché collegare l’ecologia, o piuttosto l’“ecologismo” alla “femminilizzazione della società”?
A mio avviso, la femminilizzazione riguarda anzitutto gli uomini, e non le donne. Gli uomini si sono femminilizzati con i trattamenti per curare l’apparenza, il corpo, con l’eccessiva attenzione rivolta a sé stessi, alla seduzione, agli accessori, ai tatuaggi. La femminilizzazione è un fenomeno più vasto (…) è un grande progresso nella civiltà secondo il senso dato da Norbert Elias, come addolcimento dei costumi e controllo delle forze della morte. Boia non esiste al femminile. La donna dà la vita, non dà la morte. Nessun cecchino è donna, anche quando indossa l’uniforme. Viviamo in uno stato di pace. Da qui, la preminenza del soft rispetto all’hard, dell’immagine rispetto alla realtà, della bellezza tanto per gli uomini che per le donne, del culto della vittima rispetto al culto dell’eroe, e il nostro disgusto per la caccia, attività maschile. Più essenzialmente, abbandoniamo Dio Padre per la Madre Terra. Siamo passati dallo stato, nome maschile, alla società civile, nome femminile (…).
La rivoluzione ecologica va anche di pari passo con la rivoluzione “high-tech” così come con il capitalismo globalizzato. Non è paradossale?
No, una condiziona l’altra. Più si è high-tech, più si ha bisogno della natura. Più si è globalizzati, più si ha bisogno dei territori locali. Abbiamo una sorta di termostato interno secondo il quale ogni denaturazione richiede una rinaturalizzazione. E’ per questo motivo che ci sono più ecologisti a Parigi che in Vandea, che ce ne sono più tra i dirigenti che tra gli agricoltori. Bisogna ricordarsi che la globalizzazione tecno-economica è una balcanizzazione politico-culturale.
Cosa le ispira questo entusiasmo dei giovani per l’ecologia?
Meglio essere entusiasti per una grande causa piuttosto che guardarsi l’ombelico. Dunque, mi ispira simpatia e riconoscenza. La scomparsa dei vecchi ammortizzatori e protettori, il partito, la famiglia, la chiesa, la nazione, fa sì che l’individuo si ritrovi da solo di fronte al pianeta. Alla loro età, quelli della mia generazione erano politicizzati e disinteressati alle sorti del pianeta, oggi i giovani sembrano invece spoliticizzati e preoccupati per il pianeta. E’ un’altra formula per un’altra epoca. Il timore, però, è che a forza di protestare contro i danni arrecati alla natura, ci si dimentichi delle ingiustizie fatte agli uomini. Il timore è che il pianeta ci faccia dimenticare la Città, la polis.
Gli adulti devono necessariamente intraprendere la strada dei giovani?
Si può scivolare nella demagogia. La gioventù non è una ragione valida per imporsi. Anzitutto, perché ci vuole molto tempo per diventare giovani e pensare autonomamente, e in seguito perché essere giovani non è sinonimo di innocenza né di conoscenza. Se si cade nell’anti scienza, si corre spediti verso la catastrofe. Inoltre, non è proibito ricordare che tutte le grandi religioni pagane sono iniziate attraverso la mobilitazione dei giovani, dal fascismo al maoismo. Non è quello che sta accadendo oggi, ma lo sradicamento del passato sfocia raramente in un futuro migliore.
Lei avanza un parallelo tra l’utopia comunista e l’utopia ecologista. Con questo vuole dire che i “Khmer verdi” potrebbero sostituire i Khmer rossi?
Naturalmente no. Ma è sempre pericoloso dare pieni poteri a una scienza, e nel caso specifico alle scienze della vita e della terra. Ogni nuova scoperta ha il suo fondamentalismo, e abbiamo degli integralisti verdi che mescolano la paura ancestrale dell’Apocalisse con un puritanesimo pericoloso e potenzialmente coercitivo (…).
Lei compara anche l’ecologismo a una religione. Ma una religione senza trascendenza può imporsi veramente?
In questo caso, si può parlare soltanto di religione civile o pagana, come lo sono state il nazionalismo e il comunismo. Parlerei piuttosto di religiosità. Una religione è anzitutto un’istituzione. E ciò che vi è di interessante nell’ecologismo come ideologia, che non è l’ecologia come scienza, è la sua mancanza di organizzazione, la sua fluidità, la sua duttilità. Questa sua capacità di impregnare gli spiriti e di vincere la battaglia degli spiriti può produrre in maniera inconsapevole qualcosa di sacro che non esisteva prima, ed è la natura sacralizzata. In Inghilterra, il veganismo è diventato ufficialmente una minoranza religiosa, che deve essere protetta in quanto tale e ha dei diritti. Ciò è stato oggetto di un processo, e i giudici hanno deciso così. In Francia, non abbiamo la stessa propensione al multiculturalismo del mondo anglosassone. Nel vuoto simbolico di oggi, con la scomparsa delle grandi narrazioni, abbiamo forse bisogno di una nuova sacralità, di qualcosa che proibisca il sacrilegio e raccomandi il sacrificio. C’è un cambiamento profondo nei nostri modi di pensare, ma non ancora nei nostri modi di vivere, e questo scarto è problematico. Possiamo volere ciò che sappiamo? E soprattutto, possiamo trasformare ciò che sappiamo, e che è indicato nei documenti del Giec, in decisioni? Come si possono pensare allo stesso tempo il pianeta e la nazione? Ciò implica la questione dei limiti dell’azione di un governo dinanzi a un processo che lo supera. Lo scarto tra la sfida e la risposta a questa sfida è drammatico. Abbiamo poca influenza sulle cose, e coloro che governano fanno finta che la decisione spetti a loro. Non bisogna far disperare i giovani né la “Convenzione dei bravi cittadini”.
Lei preferisce la nozione di “milieu” a quella di “environnement”. Perché?
Anche se la parola “environnement” è di origine latina, viene usata anzitutto nel mondo anglosassone. Nella nostra cultura abbiamo il termine “milieu”. Mi sembra più adatto, perché la parola “environnement” riduce la natura a una periferia, a qualcosa che sta attorno, a una corona esterna. Se c’è un insegnamento che l’ecologia ci ha trasmesso, è che l’uomo non è un’isola in un oceano, un centro circondato bene o male. L’uomo è nel mezzo di un milieu, e l’esterno abita il nostro interno. La rotazione della Terra su sé stessa determina la nostra vita intima, per esempio l’alternanza del sonno e della veglia, e la rotazione attorno al Sole ci veste e ci sveste. Siamo abitati dal milieu cosmico. Per dirlo in altri termini, mi sembra una nozione molto più giusta rispetto alla nozione quasi turistica di environnement.
Come si riconciliano la tecnica e la spiritualità, la natura e la cultura?
La cultura è un sedimento storico. La natura è una ripetizione, che non integra la storia. Se nel mio libro parlo di una “cooperazione giardiniera su scala planetaria” è per ergermi contro una certa tecnofobia del nostro mondo intellettuale. L’uomo non può fare a meno di determinati strumenti per gestire meglio la natura, il giardiniere ha bisogno delle cesoie per salvare i roseti, e le cesoie sono cultura. La natura senza la cultura è lo stato selvaggio puro. Cerchiamo di restare civili. (Traduzione di Mauro Zanon)