CRISTO SI E’ FERMATO A BRESCIA La città della crescita felice

Si scende alla stazione ferroviaria: molti immigrati, molta polizia. Nessun senso di insicurezza. Un supermercato bio. Ascensori funzionanti. Car sharing elettrico. Suv e Range Rover a strafottere.
Orde di pendolari che vanno a lavorare a Milano e poi tornano a Brescia, collegata sull’alta velocità con Roma ma soprattutto con Milano: 32 minuti per coprire gli ottanta chilometri dalla capitale morale. Adesso da Brescia si tratta di proseguire verso est. La Tav Brescia Verona è la continuazione della Torino-Lione nel suo simmetrico. Anche qui polemiche e proteste, perché si tratterà di passare su zone pregiate, come quella vinicola del Lugana veronese. Anche qui commissioni costi-benefici, anche se Toninelli proprio a Brescia è cresciuto. Si va a Lonato, paesotto di sedicimila abitanti. Qui c’è il più grande fan della Tav bresciana, che è anche, accidentalmente, il presidente degli industriali.
Giuseppe Pasini, presidente della potente Aib, è il più felice espropriato d’Italia. Per arrivare da lui, si scende sotto un cavalcavia e si presenta l’enorme Feralpi, l’azienda di famiglia, 1,3 miliardi di fatturato annuo, che produce il sacro graal dei bresciani: il tondino d’acciaio. I suoi stabilimenti producono 2,4 milioni di tonnellate d’acciaio l’anno. Adesso gliene vogliono espropriare un pezzo, perché sulla sua proprietà passerà la Tav Brescia-Verona. Sarà imbestialito. “Ma no, non ci creerà molti problemi, nonostante sarà uno dei cantieri più grandi della Brescia-Verona”, la prosecuzione verso est della famigerata Torino-Lione. “Gli espropri stanno andando avanti. Io sono convinto che a livello nazionale la Tav si farà. Coi numeri che fa la nostra città, come si fa a non volere la Tav?. Brescia è una città europea per esportazioni”. E’ entusiasta.
Secondo l’Aib, sempre, Brescia è il primo distretto in Italia per i prodotti in metallo e per la metallurgia, con 52 mila addetti. Il manifatturiero ha fatto più 16 per cento negli ultimi cinque anni. Si entra nell’ufficio e lui è intento ad aggiustare una tenda della finestra (imprenditori bresciani). A un certo punto si sente una scossa, lo stabilimento vibra tutto. Saranno già le ruspe? No, è il tondino che scalpita: a oltre mille gradi, l’acciaio viene fuso e riversato nel famoso rivetto d’acciaio, indispensabile per il cemento armato. Però, si obietta, i contrari alla Tav lamentano che rispetto al progetto originario il traffico delle merci è calato. “Ma quale calo?” si chiede Pasini: “Le esportazioni della provincia di Brescia sono salite del 7 per cento a 16,9 miliardi”. “L’alta capacità tra l’Italia e la Francia è fondamentale, noi abbiamo degli uffici anche a Lione. E stiamo usando ancora le ferrovie che ha fatto Cavour”.
E il pregiato Lugana coi suoi vigneti? “Guardi, il tracciato prevede che una sola cascina verrebbe espropriata. Ma la smonterebbero e rimonterebbero com’era prima solo qualche chilometro più in là”. E la commissione costi-benefici? “Quando abbiamo fatto l’Autostrada del Sole secondo lei abbiamo fatto l’analisi costi-benefici? L’abbiamo fatto per unire il nord al sud, con una strategia. Adesso dobbiamo unire l’Europa. Il nord dell’Italia lavora con l’Europa”.
Pasini in passato ha detto cose molto dure. “Sulle questioni economiche ci sentiamo abbandonati a noi stessi”, ha detto quando è andato a Torino coi Sì Tav (altro che madamine). Preparandosi a scendere in piazza. Oggi è più riflessivo, ma non troppo. “I Cinque stelle si stanno un po’ avvicinando alle nostre posizioni, di noi imprenditori dico. Ma non mi illudo molto, credo che sia dovuto al fatto che siamo vicini alle elezioni. C’è una parte del governo che non è vicina al mondo dell’impresa”. E la Lega? “Con la Lega ci dialoghi. Il fatto è che è come in azienda: se hai un socio al 50 per cento che vuole fare una roba diversa da te, come fai?”.
La settimana scorsa poi il Corriere della Sera ha organizzato a Brescia il “Family Business Festival” dedicato alle imprese familiari (forse perché a Milano tra MiArt e Salone del Mobile non c’era più posto). Sul palco, piccolo battibecco tra il Pasini e il presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Conte: “Non sempre la ricchezza di un’impresa si traduce nella ricchezza della comunità. Ci sono imprenditori che qualche volta hanno pensato ai dividendi e non a investire nell’impresa”, ha detto il premier. “Prima di ridistribuire la ricchezza bisogna crearla e l’impressione è che il governo sia miope”, ha risposto il presidente degli industriali. “Non sono contro il governo, ma con una crescita zero non si va da nessuna parte”.
“Negli ultimi dieci anni abbiamo perso il 13-15 per cento di pil rispetto alla Germania, una montagna di crescita”, continua il boss degli industriali bresciani. “E guardiamo alla disoccupazione: nel 2009 a Brescia la disoccupazione era uguale ai migliori land tedeschi, intorno al 3,2 per cento, adesso sta tornando a quei livelli ma faticosamente. Loro invece non sono mai scesi”. Pasini si considera un po’ tedesco perché ha uno stabilimento in Sassonia, “siamo andati su che era il 1992, c’era il disastro, tutto da ricostruire. Siamo andati a produrre nel più grande mercato europeo, sia come produzione che come consumo, con uno stabilimento passato da 350 dipendenti a 650. Quando dici Feralpi in Sassonia vedi che siamo considerati persone serie. E non era facile fare l’acciaio per i tedeschi”. Il confronto con questa seconda patria lo appassiona. “La Merkel ha tirato dentro 700 mila siriani, vuol dire che anche la Germania si pone il problema su chi saranno i nostri lavoratori di prossimi anni. Io se penso ai miei lavoratori dei prossimi vent’anni so che non saranno i figli dei miei operai attuali. Quelli andranno a scuola, all’università, all’estero. Ma noi abbiamo bisogno di operai, e quelli potranno essere immigrati. E li dovrai formare, li dovrai istruire. I miei bisnonni sono andati uno in miniera e uno in Argentina. E non è questione di buonismo. E’ questione di opportunità”.
Una cosa che accomuna Lonato alla Sassonia è anche il teleriscaldamento: “Col calore recuperato dai circuiti di raffreddamento dell’acciaieria scaldiamo gli edifici pubblici del comune di Lonato. Ma questo impianto è piccolo rispetto a quello che abbiamo in Germania, dove è stato realizzato il primo impianto al mondo di recupero di calore da forno, capace di generare 3 MW di potenza elettrica”.
Del resto Brescia è stata la prima città in Italia a dotarsi di un sistema di teleriscaldamento: nel 1972, prima della grande crisi energetica seguita al 1973 (previdenza bresciana) si costruì la grande centrale in grado di riscaldare tutta la città risparmiando; all’inizio la centrale era alimentata a metano, ma poi negli anni è “powered by” il termovalorizzatore dei rifiuti, il torrione azzurro che scorre accanto alla Tangenziale e che brucia senza sosta la monnezza non solo bresciana. Il torrione ha vinto premi di bellezza in tutto il mondo: nel 2006 la Columbia University l’ha eletto il “miglior impianto del mondo”. Ma non è solo bello, fa risparmiare: a Brescia la Tari per le famiglie è la più bassa in assoluto in Lombardia. E oltre a smaltire i rifiuti e a produrre energia elettrica, recupera il calore generato e lo convoglia, attraverso una rete di teleriscaldamento di oltre 630 chilometri, fino alle abitazioni dei singoli utenti. Il torrione segna anche l’apice della relazione coi milanesi: infatti l’impianto è in capo alla A2A, la mega utility lombarda che vale 5 miliardi in Borsa, e ha inglobato dieci anni fa la Asm, potente municipalizzata bresciana, con la milanese Amsa, facendo storcere il naso a molti. In cambio però i bresciani siedono in parità, 50 per cento delle quote, nonostante la differenza di stazza delle due città. (Altrove, il genio bresciano del riuso si esprime a livelli più micro: a pochi chilometri da Lonato, a Calvisano, vecchie cave sono riempite d’acqua sempre d’acciaieria, acqua ricca ovviamente di ferro, che ora serve ad allevare gli storioni per il Calvisius, il caviale bresciano).
Tondino e caviale, non sarebbe mica male. Qualcuno però è critico. Qualcuno scalpita. Sono i giovani. Lorenzo Maternini, cofounder di Talent Garden insieme a Davide Dattoli, probabilmente la realtà imprenditoriale più rilevante, a livello simbolico, che Brescia abbia sfornato negli ultimi anni. Trentenni globali, girano il mondo ad aprire i loro coworking che fanno concorrenza a gruppi come Wework in America (Dattoli è recentemente finito anche nei 100 leader under 30 della rivista Forbes).