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La flat tax della Lega non è flat: ecco il trucco
Il partito guidato da Matteo Salvini propone una tassa con 18 aliquote e la spaccia per "piatta". Come nel 2019, gli intenti non rispecchiano le parole della campagna elettorale
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11 AUG 22
Ultimo aggiornamento: 06:47 PM

Foto di LaPresse <br />
Flat tax che non lo erano. Si potrebbe riassumere così la campagna elettorale del centrodestra, da diversi anni a questa parte. Non era una flat tax quella introdotta dalla Lega (e dal Movimento 5 stelle) nel 2019 sui lavoratori autonomi, perché riguardava solo una fetta di lavoratori e di reddito (altrimenti sarebbe una flat tax anche qualunque altra aliquota sostitutiva).
E non è una cosiddetta tassa piatta nemmeno quella che Matteo Salvini propone ora in campagna elettorale per tutti i dipendenti. La misura avanzata dalla Lega è infatti quella contenuta nel disegno di legge 1831 depositato al Senato il 27 maggio 2020, primi firmatari Armando Siri, Matteo Salvini e Massimiliano Romeo. E riguarda in particolare la cosiddetta “fase due” della flat tax leghista, cioè quella transitoria per i redditi medi che precede la terza, prevista entro i cinque anni di legislatura, che dovrà coinvolgere tutti i contribuenti a prescindere dal reddito (con quali coperture non è dato sapere).
Ebbene, come ha denunciato Luigi Marattin di Italia viva, la promessa della Lega non prevede un’unica aliquota come dovrebbe fare una flat tax. Nemmeno due, neanche tre: bensì 18 diverse. I leghisti infatti ipotizzano un’aliquota piatta fino a 30 mila euro di reddito per i single, fino a 50 mila per una famiglia con un solo reddito e a 65 mila per le famiglie in cui lavorano entrambi i genitori.
Ma non è finita qua: perché per i single sono previsti altri quattro scaglioni ogni 1.000 euro in più di reddito, fino a un massimo del 19 per cento, per le famiglie monoreddito altre cinque (massimo 30 per cento) e per quelle bireddito altrettante (non più del 22,5 per cento). Lo schema non vi è molto chiaro? Non preoccupatevi, è normale. Eppure la Lega tenta di vendere agli elettori la sua “flat tax” (virgolette dovute) come una semplificazione del sistema fiscale.