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Linciato per aver parlato ebraico a Londra
Golders Green non è mai stato un ghetto, ma sta diventando il laboratorio di un fallimento. Fra accoltellamenti per strada e incendi alle sinagoghe, non è un episodio isolato, ma il sintomo di una barbarie culturale che l’Europa continua a minimizzare
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20 MAY 26
Ultimo aggiornamento: 03:30 PM

Nella notte di Golders Green a Londra, uno dei quartieri ebraici più densi d’Europa, un giovane israeliano ha commesso l’imperdonabile colpa di parlare la propria lingua al telefono. Cinque o sei uomini, sentendo l’ebraico, lo hanno inseguito urlando in arabo, trascinato, picchiato fino a fargli quasi perdere i sensi, lasciato in terra con il volto tumefatto e la schiena ferita. Un’aggressione selvaggia, classificata dalla Metropolitan Police come “hate crime antisemita”. Solo l’ennesima ferita in una città che, dall’ottobre 2023, registra un’esplosione di violenza contro gli ebrei come poche altre al mondo. Fra accoltellamenti per strada e incendi alle sinagoghe, non è un episodio isolato, ma il sintomo di una barbarie culturale che l’Europa continua a minimizzare.
Mentre si celebra il multiculturalismo come valore supremo, si tollera che interi quartieri diventino zone franche per chi considera l’ebraicità – sia essa israeliana, religiosa o semplicemente linguistica – una provocazione da punire. Il diritto di esistere e di parlare la propria lingua viene subordinato alla “sensibilità” di chi, evidentemente, non ha mai accettato che gli ebrei siano tornati ad avere una storia, uno stato e una voce. Golders Green non è mai stato un ghetto, ma sta diventando il laboratorio di un fallimento. Il fallimento di un’integrazione a senso unico, di un’antirazzismo selettivo che trova sempre giustificazioni per l’aggressore e attenuanti per l’odio. Quando parlare ebraico diventa motivo sufficiente per essere linciati stiamo parlando di un piccolo pogrom strisciante, reso possibile dalla viltà di chi preferisce la quiete del politically correct al confronto con la realtà.