
Foto Ap, via LaPresse
Sunak va da Biden e la Brexit per la prima volta è sullo sfondo. Il traino inglese per la difesa di Kyiv
La leadership inglese sulla sicurezza, le intelligenze artificiali e la campagna per guidare la Nato. Con la sua sciagurata invasione dell’Ucraina, Putin ha ridimensionato gli effetti nefasti dell'uscita del Regno Unito dall'Unione europea
Milano. Rishi Sunak, premier britannico, è arrivato a Washington per due giorni di visita dal presidente Joe Biden: è il quinto incontro tra i due, e rispetto all’autunno scorso, quando il presidente americano aveva storpiato il nome del nuovo inquilino di Downing Street, il terzo in un anno (“Rashid Sanuk”), è cambiato tutto. Allora l’unico tema di discussione e di divergenza era la Brexit: Biden annunciò il suo viaggio ad aprile a Belfast dicendo che andava a controllare che gli inglesi non si mettessero a stracciare gli accordi di pace del Venerdì santo, e Londra rimase silente e rancorosa, ché ogni commento americano rimbombava come un’ingerenza inaccettabile. Lord Kim Darroch, ex ambasciatore britannico a Washington, dice di non aver mai incontrato “un democratico convinto che la Brexit fosse una buona idea”, ma parlando con il Financial Times aggiunge: “L’attacco russo all’Ucraina ci ha graziati”. Quando c’è stato bisogno di dimostrare la forza della “relazione speciale”, Londra ha ritrovato la sua leadership.
Michael Weiss e James Rushton hanno ricostruito in un articolo su Yahoo News questo riallineamento e soprattutto l’opera di convincimento eseguita dal Regno Unito sull’America. Pure se oggi Washington è il partner più importante dell’Ucraina con 46 miliardi di dollari di aiuti stanziati, Londra, che di miliardi di dollari ne ha investiti 7,1, “ha aperto la strada a un sistema avanzato di armamenti che gli americani e altri alleati erano parecchio riluttanti a fornire”. Il Regno Unito è stato il primo a impegnarsi a inviare carri armati moderni (i Challenger 2) ed è al momento l’unico paese che fornisce missili cruise, gli Storm Shadow, che possono colpire qualsiasi obiettivo dentro ai confini ucraini riconosciuti internazionalmente e che hanno fatto da spinta per un’azione più corposa di tutta la Nato. E’ inevitabile a questo punto citare Boris Johnson, che era premier quando Vladimir Putin ha attaccato l’Ucraina, che aveva già mandato armi a Kyiv in previsione dell’invasione, e che ha dettato fin dal primo giorno la linea occidentale: il fronte ucraino è il fronte delle democrazie. Lord Darroch dice: “Qualsiasi cosa pensassero gli americani di Johnson – e spesso lo consideravano un millantatore – capirono subito che il premier stava dando all’Ucraina più del resto d’Europa. Questo ha ripristinato una certa credibilità a Washington”. Per la prima volta da molti anni, Londra è apparsa unita – anche il Labour all’opposizione sostiene l’Ucraina – e affidabile, e si è scrollata di dosso la percezione che un po’ tutto il mondo ha dal 2016, da quando cioè il Regno si è imbarcato in quel tormento fantasioso e costoso che è stato il divorzio dall’Unione europea. Lo è ancora, naturalmente, la Brexit non è finita, ma il brexitaro della prima ora Sunak ha messo un po’ di ragionevolezza in un processo che è stato sempre gestito dall’istinto e dall’ideologia, ha ristabilito la collaborazione con l’Ue su temi cruciali, ha silenziato gli “hard”, e soprattutto ha fatto due conti in più. Biden e anche molti altri leader europei hanno visto lo sforzo, hanno messo a tacere la voglia di gridare: te l’avevamo detto!, e hanno ricostruito relazioni basate su una maggiore fiducia. Di fatto, con la sua sciagurata invasione dell’Ucraina, Putin ha ridimensionato gli effetti nefasti della Brexit – proprio lui che, prima di passare alle armi, aveva usato disinformazione e destabilizzazione per minare le società occidentali, riuscendoci benissimo proprio con l’uscita del Regno dall’Ue.
La credibilità riconquistata va di pari passo con la sicurezza: se c’è un ambito in cui Sunak vuole fare da guida è proprio questo. “In senso lato”, dicono i diplomatici inglesi che, in coro con i colleghi americani, ripetono che la collaborazione è solida e imprescindibile: il premier britannico Sunak vuole sollevare la questione della regolamentazione delle intelligenze artificiali – che è un’altra preoccupazione cruciale per la sicurezza – dando al Regno Unito un ruolo guida nella definizione di un quadro di riferimento per il settore. I giornali britannici hanno sottolineato molto questo elemento, ma in realtà gli Stati Uniti e l’Ue stanno già discutendo un codice di condotta volontario per le intelligenze artificiali: semmai Sunak vuole provare a dimostrare che, almeno in questo settore, la Brexit ha permesso al Regno di adottare per davvero un approccio più agile e innovativo alla regolamentazione delle nuove tecnologie. La partita più importante, ma anche questa complicata, è la campagna britannica per guidare la Nato: il nome c’è già ed è quello del ministro della Difesa Ben Wallace, che è stato fin dal primo giorno l’architetto della strategia di difesa occidentale dell’Ucraina. La decisione dovrebbe essere presa al vertice dell’Alleanza a Vilnius tra cinque settimane (l’attuale segretario della Nato, Jens Stoltenberg, finisce il suo mandato a settembre) e Londra deve guadagnarsi il sostegno di Washington e, quello più difficile, di Parigi. Biden non si è ancora espresso, ma molti alleati vorrebbero una donna alla guida della Nato e proveniente dai paesi dell’Europa nord-orientale. I nomi che circolano maggiormente sono quelli della premier danese Mette Frederiksen e della vicepremier canadese Chrystia Freeland: un uomo britannico non è certo il favorito, ma Danimarca e Canada finora non hanno mai destinato alla Nato il due per cento del pil alle spese per la difesa.


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