Grecian Brothers
Se l’Europa è veramente nel suo “momento Lehman Brothers”, sarà meglio prendere cum grano salis tutte le previsioni in circolazione. Nel settembre 2008, prima del fallimento della celebre banca d’affari americana che ovviamente non è stata la causa della recessione globale, nessuno – anche tra i fautori del crac – si aspettava il panico immediato che ne sarebbe seguito.

Se l’Europa è veramente nel suo “momento Lehman Brothers”, sarà meglio prendere cum grano salis tutte le previsioni in circolazione. Nel settembre 2008, prima del fallimento della celebre banca d’affari americana che ovviamente non è stata la causa della recessione globale, nessuno – anche tra i fautori del crac – si aspettava il panico immediato che ne sarebbe seguito. Al contrario, quasi tutti prevedevano che lo scorso aprile, nel momento in cui la Grecia doveva ristrutturare il suo debito (ovvero non onorare gli impegni con i suoi creditori), avremmo assistito alla fine dell’Unione europea. La ristrutturazione c’è stata, e siamo ancora qui a maneggiare i nostri euro. Ergo: dire che la fuoriuscita di un piccolo paese dell’Eurozona costerà tra i 3 mila e i 4 mila euro a ognuno di noi, può servire per prepararci al trauma e poco più. Specie se la stessa Ubs, la banca autrice delle stime in questione, fa una premessa del genere: “I modelli economici non sono adatti per trattare qualcosa di così estremo come la rottura di un’unione monetaria”.
Dopo la decisione dei greci di votare due volte nel giro di due mesi, con il risultato di rimanere per tutto questo tempo senza un governo politico legittimato, ci possiamo aspettare di tutto: per gli europei potrà filare quasi liscia anche stavolta, oppure potrà andare molto peggio e molto in fretta. Tutto questo, perfino se sommato all’irresponsabilità dei vari governi greci pre-Papandreou, non giustifica gli errori europei. A Bruxelles, che non è un’entità astratta ma il luogo d’incontro di 27 governi, era richiesto in questi mesi di immaginare nuovi scenari possibili, che a noi e ai greci offrissero una speranza di riscatto (perché in fondo gli elettori di oggi saranno pure responsabili dei governi eletti, ma quelli di domani?). Merkozy ha preferito adottare ricette moralistiche e poi semplicemente attendere, magari dando il tempo alle banche esposte verso Atene di correre ai ripari. Ora siamo ancora senza idee e per di più con tanti titoli greci nelle tasche di Ue, Fmi e Bce, cioè nelle tasche nostre.