i provvedimenti
La stretta di Washington per strangolare la guerra di Putin
In un nuovo pacchetto di sanzioni colpite anche le aziende cinesi che aiutano la guerra della Russia contro l'Ucraina. Ma la partnership fra Russia e Cina non si limita alla tecnologia: l'allarme della Nato sulla guerra ibrida
Il dipartimento del Tesoro americano ha pubblicato ieri un nuovo pacchetto di sanzioni che mira a ridurre ancora la capacità della Russia di alimentare la sua macchina da guerra contro l’Ucraina. La lista è composta da almeno un centinaio di entità legate alle industrie di base russe e tre entità e due individui russi che lavorano per istituti militari coinvolti nei programmi di armi chimiche e biologiche: in un comunicato aggiuntivo a quello del Tesoro, il dipartimento di stato americano ha confermato che Mosca ha usato la cloropicrina contro le Forze armate ucraine, in violazione della Convenzione sulle armi chimiche. Nel pacchetto di nuove sanzioni americane c’è anche un elemento politico importante, perché ci sono anche diverse aziende cinesi.
Sotto misure economiche restrittive da ieri finiscono anche ottanta entità e individui che stanno aiutando la Russia a rifornirsi e a eludere le sanzioni, e di queste una quindicina sono industrie e aziende cinesi. La segretaria al Tesoro Janet Yellen aveva avvertito i suoi omologhi durante il suo ultimo viaggio a Pechino nelle scorse settimane, e alla vigilia della missione del segretario di stato Antony Blinken in Cina, sabato scorso, sembrava che la pressione contro la leadership di Xi Jinping per fermare l’aiuto alla macchina da guerra di Putin stesse aumentando. Blinken era arrivato a Pechino con la minaccia di sanzionare anche le banche cinesi che sostengono i sistemi di pagamento russi, ma l’assenza, nel nuovo pacchetto, di target più vicini all’interesse nazionale cinese mostra il tentativo da parte americana di lasciare ancora tempo alla leadership della seconda economia del mondo di adeguarsi alle restrizioni. E in qualche modo di salvare la faccia: a rispondere all’Amministrazione Biden è stata ieri l’ambasciata cinese di Washington, che all’agenzia di stampa russa Tass ha fatto sapere di opporsi alle misure americane che vanno contro “gli interessi legittimi” delle aziende cinesi.
Pechino, anche in sede Onu, sta conducendo una battaglia ideologica contro la strategia delle sanzioni economiche occidentali – battaglia contraddittoria, visto che la leadership cinese usa spesso la ritorsione e la coercizione economica come un’arma politica – soprattutto quando riguardano la Cina stessa e i suoi partner come la Russia, l’Iran e perfino la Corea del nord. Lunedì scorso gli investigatori dell’Onu che si occupano del monitoraggio delle sanzioni hanno consegnato il loro ultimo rapporto al Consiglio di sicurezza (la Russia ha messo il veto sul rinnovo del comitato): si legge la conferma ufficiale del fatto che i detriti di un missile caduto a Kharkiv il 2 gennaio scorso sono di un missile balistico nordcoreano Hwasong-11.
Mosca, Pechino e Pyongyang hanno un’agenda che coincide spesso anche per quel che riguarda la disinformazione e gli attacchi cyber, e ieri la Nato ha diffuso un comunicato in cui definisce preoccupante la recente serie di “attività maligne” da parte della Russia come “disinformazione, sabotaggio, atti di violenza, interferenze informatiche ed elettroniche, campagne di disinformazione e altre operazioni ibride”. Agiremo “individualmente e collettivamente per affrontare queste azioni”, dice la Nato a Putin.