L’uccellino e l’umoralista
Con lo snobismo tipico di chi, all’annosa domanda “mi si vede di più se sto su Twitter o se dico che Twitter fa schifo?”, risponde scegliendo la seconda opzione, ieri Michele Serra si è iscritto al partito di chi considera il social network dei messaggi da 140 caratteri poco più di una moda. Secondo Serra “il mezzo” genera “un linguaggio totalmente binario, o X o Y, o tesi o antitesi”. L’auspicio del rubrichista dell’Amaca è che alla fine Twitter si riveli essere “solo un passatempo ludico”.

Con lo snobismo tipico di chi, all’annosa domanda “mi si vede di più se sto su Twitter o se dico che Twitter fa schifo?”, risponde scegliendo la seconda opzione, ieri Michele Serra si è iscritto al partito di chi considera il social network dei messaggi da 140 caratteri poco più di una moda. Secondo Serra “il mezzo” genera “un linguaggio totalmente binario, o X o Y, o tesi o antitesi”. L’auspicio del rubrichista dell’Amaca è che alla fine Twitter si riveli essere “solo un passatempo ludico”, come il telefono senza fili, poiché – sempre secondo Serra – su quel social network non c’è dialettica né quindi cultura. Serra deduce tutto questo dopo avere letto alcuni commenti a un programma televisivo dall’account twitter di un amico. Un po’ poco. Che Twitter non sia solo una moda né un gioco si comprende frequentandolo, scoprendo che non si trovano solo commenti pro o contro i programmi televisivi, ma anche notizie, link ad articoli e approfondimenti, spesso buone idee (magari sintesi di tesi e antitesi nate in tweet precedenti), e scoprendo che il “territorio intermedio” tra chi è pro e contro è abitato da non pochi personaggi interessanti. Twitter ha una genealogia prestigiosa, che va dalla brevitas dei latini agli aforismi. La poetessa Saffo riuscì a dire quello che valeva la pena di dire sulla bellezza dell’amata in novantaquattro caratteri. E’ vero che in poche parole si possono dire molte idiozie le quali, sommate a quelle degli altri, non spostano “il discorso in avanti”; ma forse mai quante se ne possono dire in centinaia di pagine. Paradossalmente il bello di Twitter sono i suoi 140 caratteri, che costringono a una sintesi, si spera intelligente: il fatto che si possa essere subito confutati o criticati spinge a pesare quello che si twitta. Il “puerile scontro tra slogan eccitati e frasette monche” di cui parla Serra, infine, potrebbe essere applicato senza troppa fatica a tante campagne e titoli di parecchi giornali italiani, senza andare a cercarlo sulla rete. Viva Twitter, con tutti i suoi limiti, che sta – e questo è un fatto – cambiando il mondo dell’informazione (e non solo quello del cazzeggio). Piaccia o no, stiamo passando di lì. Schifarlo fa certamente notizia, ma non “sposta il discorso in avanti” (24 caratteri).