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Soldi che fanno potere

I dollari del consenso, dall'antica Roma all'America

Siegmund Ginzberg

Le donazioni ai candidati spesso prefigurano il risultato delle elezioni. Una cronistoria dei soldi che contano, dopo il record di donazioni raccolte da Kamala Harris per la corsa alle presidenziali

Biden si è deciso a mollare solo quando è diventato chiaro che si stavano prosciugando le donazioni alla sua campagna. Ancora resisteva finché era mezzo partito a dirgli di passare la mano. Nel 1968 Johnson aveva mollato, a pochi mesi dalle presidenziali, perché erano diventate incontrollabili le divisioni nel partito e nel paese. E c’era anche allora una questione di soldi. L’anno prima aveva proposto un contributo supplementare del 6 per cento sugli imponibili, sia personali che delle imprese, per finanziare la guerra in Vietnam. Risultato: impopolarità bipartisan, quanto e più di quanto era diventata impopolare la guerra. Il candidato democratico da lui prescelto che gli subentrò, l’allora suo vice Hubert Humphrey avrebbe perso contro Nixon. Nixon raccolse il doppio delle donazioni elettorali del suo concorrente. Ma Kamala Harris non corre lo stesso rischio. Ha avuto un record di donazioni elettorali non appena è stato chiaro che sarebbe stata lei a subentrare a Biden nella candidatura. In poche ore ha raccolto quasi tanti soldi quanti Biden nei mesi precedenti. Anche donazioni modeste. Il 62 per cento da gente che donava per la prima volta.
 

A che servono i soldi nelle elezioni americane? A comprare spazi nelle tv, nei giornali, sui social, negli altri media, a mobilitare un’immane, costosissima macchina di iniziative capillari stato per stato, che si fonda sul lavoro di milioni di persone, volontari e non. I contributi per la campagna elettorale non sono detassabili, a differenza delle donazioni caritatevoli. Nelle presidenziali del 2020 si era avuto il record di raccolta e di spesa: 4,1 miliardi di dollari. Ma poco se si pensa che nel solo 2022 le donazioni in carità erano state ben 319 miliardi. Trump aveva raccolto meno soldi di Biden nel 2020. Ma più della sua avversaria Hillary Clinton nel 2016. Obama aveva vinto le elezioni del 2008 surclassando in donazioni, soprattutto piccole, il rivale repubblicano McCain. Non si tratta solo di soldi dei ricchi e potenti: metà degli americani dona meno di 200 dollari ai candidati, ai partiti, alla pletora di comitati. E sarebbe superficiale ritenere che si tratti di compravendita di voti. I soldi sono un sintomo, una rappresentazione figurata delle divisioni politiche nel partito e nel paese. Il fundraising si è rivelato, a conti fatti, anche nei duelli per i seggi al Congresso, uno strumento predittivo dei risultati elettorali. Quanto i sondaggi. Anche se ci sono eccezioni, e talvolta le previsioni si rivelano sbagliate. Esattamente come i sondaggi, del resto.
 

Soldi e potere: come per l’uovo e la gallina, difficile dire cosa venga prima. Non è che i ricchi scelgano di donare a uno dei due schieramenti, o candidati, e i meno abbienti all’altro. Anche i soldi dei ricchi vanno un po’ di qua un po’ di là. Ha fatto notizia che alcuni giganti della tecnologia e della finanza, grossi nomi come Elon Musk e Marc Anderssen e Ben Horowitz, abbiano scelto di sostenere Trump. La Silicon Valley, nella progressista California, sembrava per la prima volta divisa a metà. Mentre si tenevano invece in sordina alcuni dei maggiori e più noti sostenitori dei democratici. L’idea di puntare sul perdente non aiuta, in certi ambienti, a mollare i cordoni della borsa. Sarebbe un cattivo investimento. Qualunque sia il sentimento politico, dovunque batta il cuore del donatore facoltoso. Dopo l’annuncio della rinuncia di Biden, e l’investitura da parte sua della sua vice Harris, qualcosa sembra essersi invece mosso. I rubinetti si sono riaperti a cascata. Da un clima di depressione si è passati a uno di mobilitazione. L’idea che i giochi si siano riaperti è evidentemente più produttiva del solo spauracchio di Trump fellone e pregiudicato, pericolo per la democrazia.
 

C’è un solo precedente di un presidente uscente che all’ultimo istante decide di ritirarsi: Lyndon Johnson. Vero, anche Truman aveva deciso di non correre per un secondo mandato. Ma non si era candidato. L’annuncio arrivò all’improvviso. Anche se la crisi sobbolliva da tempo. Quando il 31 marzo 1968, alle 9 di sera, Johnson si presentò all’America in diretta sugli schermi televisivi, pochi si aspettavano che dicesse: “Non cercherò, e non accetterò, la nomination del mio partito per un altro mandato come vostro presidente”. Si sarebbe votato in novembre. La macchina elettorale era già in moto. Nel pomeriggio si era intrattenuto con la famiglia e i più stretti collaboratori. In casa Johnson contavano le decisioni di Lady Bird quanto quelle di Jill contano in casa Biden. Si era fermato a fare una chiacchierata con Terry Sanford, l’allora manager della sua campagna elettorale. Sanford ricorda che non gli aveva detto nulla, di essere andato all’aeroporto ignaro che poche ore dopo non ci sarebbe più stata alcuna campagna elettorale. Johnson aveva contro il suo partito, i giovani che non volevano andare a morire in Vietnam, i neri, l’opinione pubblica di sinistra che ce l’aveva con lui malgrado la sua presidenza fosse stata dal punto di vista dei diritti civili e sociali la più progressista che si potesse immaginare. Nelle inner cities avvampava la rivolta nera. Si sparava, si moriva. John Kennedy la “nuova frontiera” l’aveva promessa, lui la “Grande società” inclusiva la stava realizzando. Era ancora il front runner per i democratici, ma la sua candidatura era contestata da personalità del calibro di Bob Kennedy e del pacifista senatore del Minnesota Eugene McCarthy, il quale nelle primarie del New Hampshire aveva mietuto il 42 per cento delle preferenze. Ma anche la destra era divisa: oltre a Nixon si batteva per la presidenza anche un candidato terzo, né repubblicano né democratico, l’ultrà segregazionista e populista dell’Alabama, George Wallace. Probabilmente fino all’ultimo istante Johnson pensava ancora di potercela fare. Nei mesi successivi gli avvenimenti si sarebbero succeduti a ritmo vorticoso. In aprile spararono a Martin Luther King, in agosto a Bob Kennedy. La Convention di Chicago si svolse tra le barricate. In confronto, quel che succede in America adesso sembrano rose e fiori.
 

Per un leader è sempre difficilissimo, sofferto, decidere di passare la mano. Lo è sempre stato. Il pensionamento per vecchiaia è sempre un trauma. Anche se talvolta la vecchiaia, la malattia, la perdita delle facoltà cognitive, sono solo una scusa. Succede anche quando non incombono elezioni. Fecero scalpore le dimissioni di Benedetto XVI nel 2013. Il suo “declaro me ministerio renuntiare” colse tutti di sorpresa. Non succedeva da sei secoli che un Papa passasse la mano da vivo. L’ottantacinquenne Joseph Ratzinger disse che non si sentiva più in grado di svolgere il gravoso compito, che soffriva di insonnia. Sarebbe vissuto quasi un altro decennio. C’è chi ipotizza che a togliergli il sonno fosse stato lo “scandalo” rivelato da Wikileaks sulle malversazioni finanziarie in Vaticano. Ancora una volta una questione di soldi?
 

Chiedo scusa al lettore se, come d’abitudine, faccio un salto molto all’indietro nel tempo. Uno dei casi più insigni di dimissioni a ciel sereno fu quello del dittatore Silla, noto per la sua ferocia sanguinaria. Silla fece però qualcosa che non fa nessun dittatore: nel 79 a. C., all’apice del potere, si dimise e si ritirò a vita privata, nella villa che aveva a Cuma. Si racconta che, dopo che aveva annunciato in Senato le proprie dimissioni, un ragazzotto si mettesse a insultarlo per strada. E lui, rivolto a un suo collaboratore, gli avrebbe detto: “Che imbecille! Ecco, dopo di me non ci sarà più alcun dittatore al mondo disposto ad abbandonare il potere”. Vero profeta. Dittatura o democrazia, vecchio o giovane, abile o disabile, la cosa più difficile, da che mondo è mondo, è convincere chi è al potere che è venuto il momento di mollare e passare la mano.
 

Il perché Silla si dimise resta un mistero. È quel che sostiene Appiano, lo storico antico che più si dilunga sulla vicenda dimissioni. Plutarco invece riferisce che sarebbe stato malato. La sua descrizione è particolarmente schifosa. “Per molto tempo ignorava di essere affetto da una ascesso purulento, che gli aveva infettato la carne […]. Nonostante si prodigassero in molti, giorno e notte, quel che [della putredine e dei vermi] gli veniva tolto non era nulla in confronto di quello che si riformava, ma tutti i vestiti, il bagno e il catino e perfino il cibo erano infestati da quel profluvio e dalla putredine […] Più volte al giorno si immergeva nell’acqua per detergere e purificare il corpo, ma non ne ricavava alcun beneficio” (Vita di Silla, 36, 3). Sempre Plutarco insinua che gli fosse stata causata dalla “vita dissoluta”, i troppi amanti. Nell’America ancora omofoba dei primi anni 80 avrebbero detto che si era preso l’Aids.
 

Giovenale la butta sullo scherzo. “Anch’io da ragazzo tirai via la mano da sotto il righello, e consigliai a Silla di ritirarsi e farci su un bel sonnellino!” (Satire, I, 15-17). Il riferimento è alla bacchetta (ferula) del maestro. Evidentemente l’argomento andava per la maggiore nei temi assegnati agli alunni nelle scuole di retorica. Nessuno, neanche un pazzo, si sarebbe sognato di consigliare alcunché, men che meno le dimissioni, a Silla. Quel che viene in genere trascurato è che anche Silla aveva bisogno di soldi. Aveva saccheggiato l’oriente e la Grecia. Gli sarebbe stato rimproverato per secoli dai greci di aver depredato, per pagare l’esercito, persino i santuari di Delfi, Olimpia ed Epidauro. Un sacrilegio imperdonabile. Il suo potere si fondava sulle regalie ai soldati delle sue legioni. Ma anche tra questi c’era mugugno per l’inflazione. Sotto la sua dittatura non si facevano più elezioni, se non addomesticate. Ma restavano ingentissime le spese per l’entertainment del popolo. Nell’81 a. C. le celebrazioni delle sue vittorie gli erano costate un decimo della sua fortuna personale. I sontuosi banchetti sacri (pollucta) andarono avanti per diversi giorni. “Ogni giorno veniva scaricata nel fiume [il Tevere] una quantità enorme di vivande [di scarti] e si trangugiava vino di quarant’anni e più”, riferisce Plutarco (Silla, 35, 1).
 

In Cina, per trovare precedenti ad imperatori che si ritirino, bisogna risalire millenni ancora più indietro, ai leggendari Yao e Shun. Pare che la leggenda venisse tirata fuori e diffusa molto più tardi, all’epoca dei Regni combattenti. Per i confuciani, profondere elogi su due imperatori antichissimi che avrebbero rinunciato volontariamente al possesso personale di “tutto ciò che sta sotto il cielo”, e non per affidarlo a un proprio legittimo erede, ma per cederlo “a chi lo merita”, era un modo per contestare la successione ereditaria al vertice del potere. Parlare per allusioni storiche e mitiche è sempre stato in Cina l’unico modo per non sbilanciarsi troppo e non rischiare l’ira dei sovrani.
 

La storiella però non piacque molto agli intellettuali delle dinastie successive. E pour-cause: delegittimava le normali successioni dei loro datori di lavoro. La consideravano “pura follia”. Han Feizi, l’ideologo del governo autoritario, trasforma l’abdicazione in usurpazione. Usurpazione dei diritti dei legittimi eredi. La bibbia taoista, lo Zhuang-zi arriva a prendere in giro la supposta magnanimità di Yao e Shun. Li accusa di mancanza di pietà filiale (o famigliare che dir si voglia), il massimo delitto per i confuciani: “Yao uccise il proprio figlio maggiore, Shun esiliò il fratello minore di sua madre”. Xunzi nega che l’imperatore debba mai abdicare, anche se affetto da senilità.
 

Mozi, il filosofo cinese contemporaneo dell’ateniese Platone, narra che Yao trasferì il potere, e il titolo di “Figlio del Cielo”, a Shun, un perfetto sconosciuto che “coltivava la terra sul Monte Li, fabbricava vasellame sulle rive del Fiume Giallo e pescava nelle paludi di Lei”. Insomma ad un semplice lavoratore, anziché a uno dei propri figli (ne aveva cinque secondo alcuni, dieci secondo altri). Shun, che aveva nove figli, a sua volta passò l’impero a Yu, altra figura leggendaria a cui sarebbero stati attribuiti i primi grandi lavori idraulici, l’imbrigliamento dei dragoni nei fiumi. Tang, il fondatore della dinastia Shang, la prima di cui si hanno reperti, sollevò Yi Yin dalla cucina e gli affidò il governo. La cuoca al governo: l’ideale del comunismo secondo la battuta di Lenin. Nel Novecento era di moda dare a Mozi del “socialista”. Alexandra David-Neel, l’esploratrice del Tibet mistico, pubblicò agli inizi del secolo un libro intitolato: Socialisme Chinois. Le philosophe Meh-ti [Mozi] et l’idée de solidarité. Il comunista Brecht ne avrebbe fatto il protagonista del suo Meh-ti, il libro delle svolte.
 

In realtà Mozi non dice che si dovrebbe cedere il potere a uno qualsiasi. Dice che il successore va formato, ed “elevato” per il tempo necessario. Secondo Mencio, la formazione di Shun, prima di prendere il posto di Yao come Figlio del Cielo sarebbe durata ben 28 anni. Mozi dice che gli antichi “re saggi”, “anche se si trattava di un contadino o di un artigiano, gli davano posizioni elevate, aumentavano i suoi emolumenti, gli assegnavano compiti importanti. Per una ragione precisa, perché “se il grado e la posizione non sono elevate, il popolo non lo rispetterà; se gli emolumenti non sono generosi, il popolo non si fiderà di lui; se i suoi ordini amministrativi non sono severi, il popolo non lo temerà”. Meglio che il candidato non sia e non sembri un poveraccio.
 

Un serissimo sinologo di origine ucraina che lavora all’Università ebraica di Gerusalemme, Yuri Pines, si è chiesto se Mozi prefigurasse una sorta di elezione, in cui “tutti i membri della società concordano sul leader più capace di imporre stabilità e agire per il mutuo beneficio”, oppure considerasse “l’onnipotente figlio del Cielo come unico elettore”. Per un breve momento, negli anni 80 e90, era sembrato che i leader del Partito comunista cinese avessero concordato di porre un limite – a settant’anni – anche alla massima carica al vertice. Xi Jinping è tornato alle vetuste tradizioni. La Cina, si sa, non è l’America. Dio non voglia che l’America diventi come la Cina.