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per un pugno di rubli
Chi è Kirill Dmitriev, il russo che parla come Trump
Vladimir Putin finge interesse per la pace e manda il suo caponegoziatore, il capo del Fondo russo per gli investimenti all’estero, a imbambolare il presidente americano con il profumo delle terre rare: Kyiv è pronta a firmare
Kyiv, dalla nostra inviata. Dei cartelli per le strade della capitale ucraina avvisano: “Pianificate le vostre ore di luce. Attivate le notifiche della Dtek”. La Dtek è la maggiore compagnia energetica dell’Ucraina, gestisce le centrali elettriche e si occupa della riparazione quando vengono colpite dagli attacchi russi. La soluzione dei problemi causati dai droni e dai missili richiede circa quarantotto ore, per questo è meglio stabilire delle fasce orarie e andare al risparmio. Kyiv aspetta la sirena delle dieci di sera, quella che ormai da una settimana annuncia l’arrivo dei droni, scariche regolari che puntano contro le infrastrutture energetiche e che servono anche a testare e sfinire le difese della città. Il metodo è conclamato: giorni continui di attacchi con droni precedono spesso l’arrivo dei missili e infatti martedì, prima dell’alba, diverse ore dopo che i leader internazionali avevano lasciato Kyiv, circa ventiquattro ore dopo lo scoccare del terzo anniversario dell’inizio dell’aggressione russa, Mosca ha lanciato contro l’Ucraina duecentotredici droni e sette missili da crociera Kh-101.
Sui canali telegram che dopo tre anni di guerra si sono fatti sempre più precisi, si trovano le indicazioni riguardanti la direzione dei missili e dei droni: così si decide tra il letto e il rifugio, notte dopo notte. Più il presidente americano Donald Trump annuncia che un cessate il fuoco è vicino, più si restringono i periodi di calma: e Kyiv è la città meglio difesa dell’Ucraina.
Se il capo della Casa Bianca è ansioso di trovare un accordo che metta fine alla guerra, secondo l’Istituto per gli studi di guerra (Isw), Vladimir Putin non ha nessuna intenzione di fermarsi adesso e per un’intesa che metta fine al conflitto continua a pretendere le stesse condizioni del 2022. Nel frattempo, però, ha iniziato un negoziato parallelo con l’Amministrazione Trump e da quando le terre rare hanno scatenato lo scontro tra il presidente americano e Volodymyr Zelensky, che sembra comunque risolto visto che Kyiv è pronta a firmare l’accordo negoziato con gli americani, anche Putin si è messo a parlare di risorse russe inutilizzate, e della possibilità di una collaborazione con gli americani. Il capo del Cremlino è forse l’unico leader internazionale che non ritiene Trump imprevedibile, ma crede addirittura di poterlo manovrare, di aver ormai conquistato la sua fiducia a tal punto da sentirgli ripetere contro Zelensky le stesse accuse fabbricate dal Cremlino. Anche per questo motivo, per poter catturare al meglio l’attenzione di Trump, Mosca sta impostando i colloqui preliminari mettendo al centro le opportunità di guadagno per gli Stati Uniti nel caso di normalizzazione dei rapporti con i russi. Una opportunità di guadagno potrebbe riguardare la possibilità che Mosca non torni sul mercato energetico europeo, lasciando gli Stati Uniti senza competitor per il loro Gnl. Un’altra invece riguarda, e su questo Putin è stato più aperto, la possibilità di avviare progetti congiunti per l’estrazione delle terre rare: Mosca possiede sul suo territorio il 20 per cento delle risorse mondiali, ma non ha la tecnologia per estrarle.
Nella squadra che il Cremlino ha mandato a Riad la scorsa settimana, accanto al ministro degli Esteri Sergei Lavrov, al consigliere per politica estera Yuri Ushakov, al direttore dell’intelligence esterna Sergei Naryshkin, c’era Kirill Dmitriev, capo del Fondo russo per gli investimenti all’estero. La sua biografia merita di essere studiata con attenzione: è nato a Kyiv da una famiglia di biologi, si è laureato in Fisica e Matematica, poi la conoscenza con una famiglia americana cambiò tutta la sua vita. Si fece spiegare come poter accedere alle università degli Stati Uniti, si intestardì, si impegnò e per l’intera durata della sua formazione ottenne borse di studio nelle migliori scuole. Avrebbe potuto essere una straordinaria storia di sogno americano, invece Dmitriev nel 2000 se ne tornò in Russia, con un passaporto ucraino. Lavorò per società che si muovevano tra Washington e Mosca, tornò in Ucraina, poi di nuovo in Russia, dove conobbe la figlia di Vladimir Putin e infine Vladimir Putin. Così entrò nelle stanze del Cremlino. Fallì una sola volta agli occhi del capo: quando ebbe l’idea di usare il vaccino contro il Sars-Cov-2, Sputnik V, come arma di soft power, ma l’impatto fu molto ridotto, il vaccino con la V che stava per Victory (Vittoria) non si affermò.
Se Dmitriev era a Riad è anche perché i suoi contatti con l’Amministrazione Trump risalgono al primo mandato del presidente americano e secondo il rapporto del procuratore Robert Mueller sulle interferenze russe nella campagna elettorale americana del 2016, Dmitriev cercò di stabilire un canale segreto con la Casa Bianca, incontrò il consigliere di Trump Anthony Scaramucci e secondo alcune testate americane ebbe contatti anche con il genero Jared Kushner. E’ lui in realtà il caponegoziatore di Putin e di soldi sa come parlare.