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Ai e Casa Bianca

Anche su Gaza, Trump è il miglior memer di se stesso 

Filippo Lubrano

Il video generato con l'intelligenza artificiale postato dal presidente va oltre ogni potenziale immaginazione e corrobora una visione di scollamento dalla realtà che eccita i suoi seguaci

È legittimo avere la sensazione che Trump stia esercitando un enorme stress-test della nostra pazienza, e del nostro stupore. Nell’ultimo, rudimentalissimo video “Trump Gaza”, generato con AI forse da qualche suo follower o troll, Trump titilla la fantasia dei suoi seguaci, suggerendo uno scenario che neanche i produttori di meme più audaci avrebbero avuto il coraggio di proporre.

 

               

 

Se Dio è nei dettagli, sono questi a rivelare la trama che si legge in controluce, ma neanche troppo: una statua dorata di Trump stesso richiama i regimi autocratici dell’Asia centrale, e strizza l’occhio anche al ritrovato amico Kim Jong-Un; il tunnel spazio-temporale che proietta nella “Riviera del medio oriente” è l’ennesimo esempio di soluzionismo semplicistico e magico a questioni complesse. Inoltre, la pioggia di denaro che accompagna ogni apparizione artificiale di Musk è strumentale a corroborare la visione di Re Mida del capo di Doge

Stupisce nel video invece la presenza di ballerine trans con la barba: che sia un’affermazione di libertà del Potus dalle leggi anche morali che esso stesso emana? Un’esenzione dalla cancel culture in salsa trumpiana in cui si sono censurate in questi mesi tutte le parole afferenti al mondo della Dei? Il Trump che grazia gli assalitori del Campidoglio, che decide cosa è giusto e cosa è sbagliato, ma che rimane comunque al di sopra anche di quanto lui stesso decida essere sbagliato? Oppure, è semplicemente l’ennesimo stress-test menefreghista di chi sa di potersi permettere tutto, anche e soprattutto di contraddirsi?

La lettura più attuale di questo momento, se non per rispondere a queste domande almeno per porsene di migliori, è indubbiamente “Ipnocrazia”, il folgorante esordio di Jianwei Xun (edito in Italia da Tlon), in cui l’autore sostiene che “Trump e Musk sono i profeti di questo regime. Non sono semplicemente figure di potere: sono dispositivi narrativi. Le loro narrazioni non cercano la verità, ma lo stupore”. Il suo editore, Andrea Colamedici, si spinge fino a scrivere che “l’Ipnocrazia di Trump e Musk non ha bisogno di fingere rispettabilità (…) Il loro potere non deriva dalla capacità di convincere, ma dall’abilità di stordire, di generare vertigine”. 

Nulla di nuovo, dunque, per Trump, il cui stratega Steve Bannon già durante il primo mandato aveva coniato la strategia del “flood the zone”, che mirava, tramite un’inondazione dei media suffragata da fake news e provocazioni insensate, a generare una nebbia mentale nei media prima e, di riflesso, nell’opinione pubblica poi. Ma il Trump 2.0, galvanizzato dalla maggioranza totale ottenuta alle elezioni, è una versione ancora più grottesca di se stesso, priva di briglie e sotto steroidi, incurante anche del fuoco amico di commenti negativi al video in questione, provenienti soprattutto dall’elettorato cattolico, perfino sulla sua piattaforma Truth.

Come il mostro finale di un videogame che si accorge che più gli si spara, più cresce, Trump ha dunque compreso che, sparandosi da solo, riesce a immunizzarsi iniettandosi volontariamente il proprio veleno.

Come combattere allora il trumpismo, se è ancora possibile? Certamente non con le armi del buon senso e del raziocinio, né con il fact-checking che solo una nicchia di elettori continua a seguire. Serve una narrazione altrettanto seducente e ipnotica, ma di segno opposto. Certo, il percorso per ottenerla non è immediato, specialmente perché la realtà costruita da Trump e il suo entourage detta ormai l’agenda, e qualsiasi avversario è chiamato a rincorrerlo sul suo terreno. Nel frattempo, i cervelli dell’elettorato, inondati dalla cloaca di notizie quotidianamente riversate, giacciono inerti, stremati dal sovraccarico cognitivo a cui sono chiamati a far fronte.

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