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Foto ANSA
Giudizi incredibili
Bella la Cina libera e pacifica descritta da Rovelli. Peccato non esista
Il fisico elogia il regime cinese per il suo carattere “estremamente pacifico” e sempre pronto al dialogo, rigettando la propaganda sull'oppressione poliziesca, senza considerare la persecuzione degli uiguri e il rapporto con Taiwan. Crede di essere originale, ma le sue sono osservazioni banalissime
In una intervista al Fatto quotidiano del 24 febbraio interamente dedicata, alla Fisica? no alla Cina, Carlo Rovelli riesce in un’impresa che non è alla portata di tutti: infilare uno appresso all’altro un gran numero di giudizi incredibili, ma tutti – beninteso – nella direzione di difendere il regime politico cinese e anzi di presentarcelo come decisamente migliore rispetto alle nostre acciaccate democrazie occidentali. Vediamo.
Anzitutto, ci informa il nostro, lì il governo gode di un “grande consenso interno”. Il bravo intervistatore, Antonello Caporale, gli fa notare che in Cina non si vota, ma Rovelli non si spaventa certo di fronte a una quisquilia del genere. Le elezioni, osserva pensosamente (qualcuno potrebbe anche dire superficialmente), sono una “benedizione” ma anche una “maledizione”. Perché da noi si vota sì, ma troppo spesso vince soltanto chi ha molto denaro. Dunque, è l’implicita morale, sono inutili. E aggiunge che i nostri politici pensano a farsi rieleggere “più che al bene comune a lungo termine”, mentre “la leadership cinese pensa in termini di decenni”.
Caporale prova di nuovo a sbollire gli entusiasmi filocinesi dell’intervistato, facendogli osservare che la Cina è pur sempre una dittatura. Ma no, risponde il nostro fisico che ha “viaggiato a lungo in Cina”, vi ha insegnato e ha colleghi e amici cinesi: “Internamente non si sente oppressione poliziesca”. Il lettore potrebbe pensare alla persecuzione degli uiguri, ai laogai (i Gulag cinesi) mai realmente scomparsi, alle sofisticate tecniche di riconoscimento facciale per il controllo della popolazione. Insomma a cose di cui di tanto in tanto si è pure parlato sui giornali occidentali, ma di cui il nostro fisico nulla sembra saperne. O meglio, attribuisce certe notizie alla “forsennata propaganda anticinese”.
Neppure tralascia di apprezzare il carattere “estremamente pacifico” della Cina, un paese che “spinge sempre per il dialogo” (forse è vero, non ci eravamo accorti che ripetutamente i jet cinesi sorvolano Taiwan per rendere evidente questa disposizione al dialogo). Un carattere pacifico che tanto più risalta a confronto degli Stati Uniti, osserva, un paese che “è stato pressoché ininterrottamente in guerra da un secolo”. Già, anche quando mandò i suoi soldati a combattere per liberare l’Europa che Hitler, e noi italiani con lui, avevamo provato a conquistare.
Chissà, magari il fisico Rovelli ha costellato la sua intervista di enormità pensando di essere originale. Se è così, dispiace doverlo deludere: le sue sono osservazioni banalissime. La fascinazione per il regime cinese che lui mostra, con la connessa scarsa simpatia per le democrazie occidentali, è in tutto e per tutto la stessa che schiere di letterati, scienziati, giornalisti europei e americani mostrarono per la Cina comunista a partire dagli anni Settanta quando il paese aprì le sue frontiere. Loro avevano almeno la (parziale, molto parziale) giustificazione che all’epoca in occidente poco si sapeva della realtà cinese. Lui no.