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Il terzo anniversario

Gli ucraini tengono lontani i russi dalla Polonia e dall'Europa. La gratitudine di Varsavia

Franceso M. Cataluccio

L’invasione russa dell’Ucraina sembra aver azzerato secoli di conflitti e odi. Il paese si sta armando come nessun altro in Europa, arrivando già al 4,5 per cento del pil in spese militari. Ma le elezioni presidenziali si avvicinano e il governo polacco ribadisce che nessun soldato andrà oltre il confine

Varsavia. Un infreddolito camioncino della polizia per alcuni giorni ha stazionato davanti al grande monumento al “soldato sovietico liberatore”, al lato del parco, che è piuttosto un bosco, del quartiere Mokotów di Varsavia, che si affaccia sul lungo viale che conduce all’aeroporto Chopin. Quel monumento, un alto obelisco con ai lati due truci figure in pietra grigia di soldati che imbracciano il mitra, è anche un cimitero. Dietro alle scalinate un po’  sbrecciate, stanno le tombe di  1.022 soldati e ufficiali dell’Armata rossa. I soldati quasi tutti anonimi: nessuna targa, nessuna data (nemmeno quella di morte). Da anni là non si fa più nessuna commemorazione. Anche la madrepatria si è scordata di loro. A differenza di altri monumenti russi sparsi per il paese, una specie di tacito e diplomatico rispetto ha lasciato questo malinconico luogo alla solitaria azione corrosiva del tempo e alla forza insinuante delle erbacce. 

Seduto su una panchina là davanti ne ho discusso con un’anziana signora che abitualmente porta a spasso da quelle parti il suo barboncino color pece. Lei lo considera soprattutto un cimitero e quindi trova naturale che lo si rispetti: “Quei poveri ragazzi sono morti lontano dalla loro terra e non per liberarla. Che senso aveva morire qui a Varsavia? Provo pietà, ma non riconoscenza: non li considero nostri liberatori. E a volte penso a quante polacche sono state violentate dai soldati sovietici. Forse qualcuno di loro prima di essere ammazzato dai tedeschi. Ci hanno trattati come nemici, mentre siamo stati vittime degli accordi di Hitler con Stalin e poi degli accordi di Yalta”. I poliziotti del pulmino erano comunque lì per dissuadere qualsiasi atto antirusso

 

             

 

Non lontano, nel giorno del terzo anniversario dell’inizio della guerra all’Ucraina, il panettiere Andrij, originario di Drohoby, nella regione di Leopoli, dove visse e venne ammazzato lo scrittore polacco Bruno Schulz, autore de “Le botteghe color cannella”, mentre mi imbusta una challah ancora calda, fa il bilancio dei costi per il suo paese: quasi 15 mila civili morti, decine di migliaia di soldati ammazzati, circa 300 mila invalidi di guerra, decine di città e villaggi distrutti. Circa un milione e mezzo di ucraini stabilitisi ufficialmente in Polonia:  “Sono cifre molto approssimative perché è difficile determinare quelle esatte. Nessuna delle due parti ha interesse a farlo. E ancora più impossibile è determinare il numero dei soldati russi ammazzati”. 

Quel giorno gli attivisti dell’iniziativa Euromaidan-Varsavia hanno organizzato una manifestazione davanti all’ambasciata ucraina in viale Szucha al 7. I partecipanti si sono riuniti, alle 18, davanti all’edificio con striscioni, bandiere dell’Ucraina e dell'Unione europea. Hanno poi marciato davanti all’edificio del Parlamento (Sejm) polacco in via Wiejska. Un lunghissimo striscione con il colori celeste e giallo della bandiera ucraina, e al centro un cuore con i colori bianco e rosso della bandiera polacca, sostenuto da decine di mani, ha occupato il viale Belwederska, dove al 49 sta il palazzo dell’ambasciata russa, un tempo simbolo del vero potere a Varsavia. Nella pagina sui social media che annunciava la manifestazione si leggeva: “Lunedì 24 febbraio ricorreranno tre anni da quando la Russia ha iniziato una guerra su larga scala contro l’Ucraina. Una guerra in cui la Russia non segue alcuna regola, uccidendo, stuprando e saccheggiando. Una guerra nella quale l’Ucraina subisce il maggior numero di vittime. Una guerra nella quale l’Ucraina, i soldati ucraini e la società ucraina stanno pagando il prezzo più alto. Sempre più persone, sempre più rapidamente, sempre più volentieri lo dimenticano. Noi – noi ricordiamo. Noi – noi sappiamo che ogni mattina ci svegliamo, al sicuro nelle nostre case, perché siamo difesi dalla combattiva Ucraina. Noi – noi sappiamo che l’Ucraina difende ‘'intera Europa dalla Russia, compresi coloro che non capiscono nulla e non apprezzano questa lotta”. 

Alla manifestazione c’erano anche molti polacchi. E’ diffusa la convinzione che gli ucraini stiano tenendo lontani i russi dal confine polacco (e dall’occupazione del corridoio di Suwałki: la strada lungo il confine tra Polonia e la Lituania che i russi pretenderebbero fosse extraterritoriale per poter collegare via terra Kalingrad con la Bielorussia). L’invasione russa dell’Ucraina sembra come aver azzerato secoli di conflitti e odii (ultimo, e ancora vivo nel ricordo, il massacro di centinaia di civili polacchi a Wołyń/Volhynia, nel 1943, a opera dei nazionalisti ucraini). Le donne, i bambini e gli anziani ucraini fuggiti dalla guerra sono stati accolti bene in Polonia, dove molti già lavoravano stagionalmente o ormai stabilmente. Ai ragazzi sono state garantite scuole e percorsi educativi di integrazione rispettosi della loro cultura. Poi sono arrivati anche quelli che volevano ricostruirsi una vita lontano dal conflitto e i giovani non volevano andare a combattere. Negozi, ristoranti, piccole imprese tecnologiche, gestiti da ucraini, sono sorti ovunque. La paura della Russia di Putin accomuna polacchi, ucraini e baltici. Continuamente si parla della guerra come una possibilità affatto remota. La Polonia si sta armando come nessun altro paese d’Europa, arrivando già al 4,5 per cento del pil in spese militari. Le dichiarazioni, e i primi passi dell’Amministrazione americana, suscitano molti timori e continue sono le dichiarazioni politiche di un impegno della Polonia perché l’Europa non abbandoni l’Ucraina. Avvicinandosi però le elezioni presidenziali a maggio, il governo polacco ribadisce che nessun soldato andrà oltre il confine, seppur in azioni di contenimento pacifico.  

Indimenticabile è stato il lunghissimo applauso a Volodymyr Zelensky quando ha fatto il suo ingresso sotto il tendone a Birkenau, per la celebrazione dell’ottantesimo anniversario della liberazione di Auschwitz. In quell’occasione aveva tenuto il discorso di apertura uno degli ultimi sopravvissuti, il giornalista e storico comunista Marian Turski, deceduto poi a Varsavia, all’età di 98 anni, una settimana fa. Proprio lui, il 19 aprile del 2023, partecipando alla commemorazione ufficiale dell’ottantesimo anniversario della rivolta del ghetto di Varsavia, disse riferendosi all’invasione russa dell’Ucraina, iniziata poco più di un anno prima: “La mia gratitudine verso di loro [i russi], verso coloro che mi hanno liberato dai campi tedeschi, mi accompagnerà fino all’ultimo giorno della mia vita... Ma posso essere indifferente, posso rimanere in silenzio, quando oggi l’esercito russo compie un’aggressione contro il suo vicino e l’annessione delle sue terre? (...) Posso rimanere in silenzio quando vedo cosa è accaduto a Bucha?”.
 

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