"Special man"

Trump non tratta Starmer come gli europei, ma non dà garanzie sulla collaborazione in Ucraina

Paola Peduzzi

Nell'incontro alla Casa Bianca con il presidente americano, il premier britannico è stato accolto con toni concilianti. Ma poi è stato il solito show del tycoon. Che si è rimangiato pure le parole su Zelensky "dittatore"

Il premier britannico laburista Keir Starmer è arrivato a Washington preparatissimo, grazie anche ai resoconti di Emmanuel Macron, che è stato da Donald Trump lunedì, ed è stato accolto, sollievo assoluto, da un messaggio conciliante della Casa Bianca, “molto compiaciuta” del fatto che Londra abbia aumentato le spese per la difesa fino al 2,5 per cento del pil entro due anni  (a fronte però di una riduzione degli aiuti internazionali, cosa che non è piaciuta a molti nel Regno Unito). Il presidente americano ha accolto personalmente Starmer all’ingresso – non lo aveva fatto con Macron: oggi è stato tutto un “trova le differenze” – e alla domanda di un giornalista sulla convinzione di avere un accordo di pace per l’Ucraina ha risposto “sì”. Al premier britannico è toccata una domanda più ostica, cui non ha risposto. Riguardava la possibilità di ottenere un sostegno degli Stati Uniti alle forze di pace europee che dovranno verificare la tenuta di un eventuale cessate il fuoco in Ucraina – si chiama “backstop”, come quello dell’accordo sulla Brexit: un incubo –  e Starmer non aveva ancora una risposta. E’ arrivata poco dopo dallo stesso Trump, che ha utilizzato il termine “backstop” riferendosi all’accordo sulle terre rare che vuole firmare oggi con Volodymyr Zelensky, in visita anche lui alla Casa Bianca, ma non si tratta delle garanzie che gli europei stanno chiedendo. Trump sostiene che l’accordo sulle terre rare è di per sé una garanzia, perché la Russia non attaccherà l’Ucraina se ci sono degli americani che lavorano lì per le risorse.

 

Il presidente americano era però molto ben disposto nei confronti di Starmer – e anche opportunisticamente smemorato: “Ho davvero detto così?”, ha ripetuto due volte, riferendosi al fatto di aver dichiarato che gli europei “fottono” l’America e che Zelensky è un “dittatore” –  soprattutto perché è stato invitato da re Carlo per una seconda visita di stato, ed è nota la sua passione per la casa reale britannica. Starmer può essere contento di aver incassato un “special man” da parte di Trump, molti complimenti alla storia “speciale” che unisce il Regno all’America, e anche un’esenzione – grazie alla Brexit – dalle accuse agli europei che sono “very bad” con l’America. Trump ha elogiato il divorzio del Regno dall’Ue (cui Starmer era contrario), ha detto che il suo effetto positivo si vedrà nel tempo: lui ce l’ha con gli europei che mettono l’iva sui prodotti americani, questa è la loro arma ed è sleale, “non è una cosa politicamente corretta da dire e allora prima di me non l’ha detta nessuno, ma è la verità”, ha continuato Trump, sempre sottolineando l’eccezione britannica, che agli occhi di Starmer è una buona notizia, visto che spera di non subire dazi. 

 

Per il resto, il presidente americano ha replicato il solito copione, ha detto che il suo predecessore, Joe Biden, ha fatto un pessimo lavoro, che l’attacco di Hamas a Israele non ci sarebbe stato se fosse stato lui presidente e che per fortuna lo è adesso, perché ha aperto il dialogo – cioè ha riabilitato – Vladimir Putin, e naturalmente si fida del presidente russo (si conoscono, hanno superato insieme quella “bufala” del Russiagate, Trump ha ribadito più volte che se la Russia dà la sua parola bisogna fidarsi), e che l’Ucraina non entrerà nella Nato. Starmer è intervenuto per dire che ci vuole una pace duratura e una garanzia che la Russia non riattacchi nuovamente in futuro, ma nella prima parte dell’incontro Trump, questa rassicurazione, non l’ha voluta dare.

 

Il Regno Unito, nemmeno quando al governo c’erano i conservatori, non è d’accordo con la legittimazione di Putin, ma Starmer è andato a Washington per arrotondare gli spigoli, tenere insieme l’alleanza transatlantica e la Nato (e correggere Trump sulla partecipazione degli europei al sostegno all'Ucraina, proprio come accaduto con Macron). Il premier britannico fa parte della coalizione di volenterosi europei che vogliono difendere l’Ucraina e che sono pronti a prendersi le responsabilità – con relativi costi – di una maggiore autonomia rispetto all’America nella gestione della guerra russa contro l’Ucraina. Si tratta di fatto di una troika, con l’appoggio esterno della Polonia e dei paesi del nord Europa: Starmer e Macron sono i primi ad andare alla Casa Bianca a parlare direttamente con Trump. Il loro obiettivo è comune, sono dei pontieri: non vogliono che l’alleanza transatlantica si spacchi, sanno che insieme, l’Europa e l’America, sono più forti e, pur ammettendo che la logica di competizione che guida la politica di Trump rispetto agli europei abbia un impatto diretto sulla fiducia tra alleati (la riduce), non si vogliono macerare in catastrofismi di vario tipo sulla futura solitudine europea. I pontieri dicono, come ha fatto Starmer sul volo che lo portava a Washington, che il mondo è troppo pericoloso per poterlo affrontare divisi, l’unità transatlantica va mantenuta.

Il terzo elemento di questa troika di volenterosi è Friedrich Merz, il leader cristianodemocratico che ha vinto le elezioni tedesche domenica e che deve formare un governo – che con tutta probabilità sarà con i socialdemocratici: l’usato sicuro della grande coalizione – per guidare la Germania fuori dalle secche della recessione e di nuovo dentro, in modo attivo e costruttivo, l’Europa. Merz è un grande atlantista nonché un grande amante della Francia, ma si presenta meno pontiere rispetto al premier britannico e al presidente francese. Quando Merz ha detto che Trump è “indifferente” all’Europa e che la Nato, per come è oggi, potrebbe non sopravvivere, Londra ha fatto sapere che il premier ha una visione più ottimistica, “per lui è da sempre chiaro che la Nato e le relazioni tra l’Europa e l’America sono vitali, continuerà a rafforzarle entrambe”.

Di più su questi argomenti:
  • Paola Peduzzi
  • Scrive di politica estera, in particolare di politica europea, inglese e americana. Tiene sul Foglio una rubrica, “Cosmopolitics”, che è un esperimento: raccontare la geopolitica come se fosse una storia d'amore - corteggiamenti e separazioni, confessioni e segreti, guerra e pace. Di recente la storia d'amore di cui si è occupata con cadenza settimanale è quella con l'Europa, con la newsletter e la rubrica “EuPorn – Il lato sexy dell'Europa”. Sposata, ha due figli, Anita e Ferrante. @paolapeduzzi